Houston aveva tutto per fare il salto di qualità. Invece la stagione dei Rockets si è chiusa con un tonfo, eliminati al primo turno dei playoff dai Los Angeles Lakers privi tra l’altro di Luka Doncic ed Austin Reaves dopo mesi di aspettative crescenti. Cosa è andato storto? Secondo ESPN, la risposta è una combinazione di infortuni, distrazioni esterne e un vuoto di leadership che nessuno è riuscito a colmare.
Mercato sbagliato e troppi giovani non all’altezza
Dopo l’uscita al primo turno nella passata stagione contro i Golden State Warriors, dove l’inesperienza e le cattive percentuali avevano fatto la differenza, i Rockets si sono subito buttati sul mercato, annunciando una mossa telefonata da tempo, ovvero l’arrivo di Kevin Durant, che era in rottura prolungata con i Phoenix Suns. Via Jalen Green, il cui vertiginoso calo in post season era stato una delle principali cause della prematura uscita di Houston, e Dillon Brooks, i cui problemi caratteriali hanno creato problemi in tutte le squadre in cui ha militato durante i play-off (vedi la serie tra Memphis e Lakers del 2023, con i continui battibecchi con LeBron James, che poi lo dominò in grande scioltezza). L’incastro sembra perfetto, una squadra con tanto potenziale, giovane, piena di ottimi atleti e grandi difensori a cui manca solo un grande scorer per potersi definitivamente sbloccare. Durant è il profilo giusto, in più deve pensare solo a segnare, perchè in difesa è sufficientemente coperto.
Invece poi inizia la stagione e le cose cambiano, il primis per gli infortuni gravi di Fred VanVleet e Steven Adams, che peseranno come macigni sulle gerarchie della squadra. Quello dell’ex Toronto in particolare toglierà ogni riferimento in regia, con i Rockets terribilmente scoperti nel ruolo di point guard. Il lungo neozelandese garantive invece fisicità e rimbalzi oltre che la sua abilità da rollante.
Il crollo del pace è stata un’altra chiave. Nelle stagioni precedenti infatti, giocatori come Tari Eason, Amen Thompson o Jabari Smith Jr avevano prosperato correndo in transizione. Con l’arrivo di Durant e la necessità di gestire i suoi ritmi a 37 anni, Houston è crollata negli ultimi posti della lega per Pace (ritmo di gioco). Questo attacco a metà campo, lento e macchinoso, ha tolto ritmo ai portatori di palla.
Grande delusione è stata anche la stagione di Alperen Sengun, soprattutto in post season, dove il turco non ha fatto il salto di qualità che tutti si aspettavano. La difesa a zona dei Lakers, pur battezzandolo continuamente, lo ha limitato molto costrinngendolo a giocare lontano a canestro. Inoltre La mancanza di un “Rim Protector” d’élite è stata anche la chiave del crollo contro i gialloviola, che pure sono stati privi dei loro due principali realizzatori. Şengün, pur migliorato, non è un intimidatore d’area. Durant, che a Brooklyn e Phoenix aveva spesso agito da eccellente difensore in aiuto sul lato debole, non ha più l’autonomia fisica per reggere i contatti nel pitturato per 40 minuti a sera. Il risultato è stato un calo drastico nel Defensive Rating, con Houston che ha concesso percentuali altissime al ferro.
Futuro incerto: pesa l’assenza di una guida nello spogliatoio
Sul piano tecnico, come detto, gli infortuni hanno condizionato pesantemente il rendimento della squadra nei momenti che contavano di più. Ma il problema strutturale, quello che rischia di pesare anche in futuro, è la mancanza di una figura di riferimento nello spogliatoio. Houston è un roster giovane e di talento, ma privo di un leader riconosciuto capace di tenere il gruppo unito e alzare il livello nei momenti di difficoltà. Kevin Durant, ma questo ormai lo si sa, non risponde minimamente a questo ruolo. Difatti, fuori dal contesto Warriors, dove Steph Curry agiva da leader da squadra, non ha mai inciso quando è stato chiamato ad esserlo lui. La situazione infortunio durante la serie contro i Lakers poi resta un mistero, con KD che ha giocato solamente una partita.
I giocatori chiave del progetto sono i perni della squadra, ma nessuno di loro ha ancora assunto quel ruolo in modo definitivo. E senza una guida solida, le difficoltà stagionali — infortuni, voci di mercato, pressione dei playoff — hanno finito per amplificarsi invece di essere assorbite.
Il bilancio finale è quello di una squadra che ha mostrato progressi reali ma che, al momento del dunque, non ha avuto gli strumenti per reggere l’urto. Houston resta un cantiere aperto con basi interessanti, ma le domande sull’identità e sulla leadership del gruppo rimangono senza risposta.





