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GamePlan Italia-USA: Un fisico bestiale

DIFESA

  • Fontecchio su Edwards, Tonut su Brunson, Spissu su Bridges, Melli su Jackson Jr. e e Polonara su Hart: questi gli accoppiamenti alla palla a due. Obiettivo? Lasciare libertà massima a Jackson Jr. sul perimetro e concedergli la ricezione in post evitando raddoppi e frapporre il corpo più grosso possibile tra gli esterni su Edwards.
  • Due rimbalzi offensivi concessi agli USA già nella prima azione, segnale di un ingresso mentale e fisico nella partita totalmente diverso tra le due squadre. Il trend prosegue nei primi minuti di partita, dove la drop coverage sui P&R portati da Brunson sortisce sì l’effetto di portare più uomini dell’Italia nei pressi del ferro per raccogliere l’eventuale errore (e concedere il floater dalla linea di fondo, con un handler come Brunson, è la scelta “migliore”), ma se i corpi stessi finiscono per non essere concreti nel mantenere il controllo della sfera, a generarsi non sono possesso per l’Italia ma frustrazione, confusione e opportunità “regalate” agli USA senza che abbiano fatto “nulla” per meritarli.
  • Per la difesa dell’Italia, che ci sia Jackson o Banchero poco cambia: difesa stunt su tutte le penetrazioni e l’8 a stelle e strisce battezzato al tiro fuori dal pitturato. Ancor di più, la gestione dei rimbalzi in sovrannumero è fondamentale. Difesa stunt significa anche scommettere sulle partenze in palleggio degli americani, abituati a un regolamento differente in NBA e più inclini ad accumulare dead ball turnover.
  • Appena si alzano i ritmi la transizione difensiva italiana mostra lacune gigantesche rispetto all’atletismo e al talento realizzativo di Team USA (e chi non ne ha): avere contemporaneamente in campo due ottimi difensori nel closeout come Tonut e Pajola agevola l’aiuto e recupero sui ribaltamenti, restringendo anche il campo in caso di un crossmatch creatosi in transizione (vedasi Portis su Severini con Pajola a raddoppiare coi tempi giusti verso la linea di fondo).

  •  Le scelte con Team USA sono pari al detto “Di che morte si vuole morire“: giocatori come Ingram e Haliburton sono attaccanti totali, ma che per motivi diversi aumentano di pericolosità quando entrano in area. Ingram può tirare dal palleggio sopra a tutti, Haliburton è in grado di leggere linee di passaggio per qualsiasi scarico sul perimetro o sulla linea di fondo. Contro entrambi, però, la difesa è la stessa: si concede loro il tiro, si passa “in terza” (porzione di campo tra la linea creata dalla perpendicolare dell’angolo di blocco e il canestro) su ogni P&R, cercando di ingolfarne le rotative.
  • Il canestro di Edwards in apertura di 3Q è l’emblema dei limiti strutturali della difesa dell’Italia: la stunt sistematica è un ottimo antidoto se l’esecuzione dell’aiuto-recupero-closeout è eccellente, se non lo è (e Marco Spissu, nonostante l’impegno e l’abnegazione, non è una buon difensore in questa specifica situazione) contro una quantità di talento come quella di Team USA si può fare ben poco, a meno di ribaltare completamente il tavolo di gioco.
  • 28-52, 8’39” sul cronometro del 3Q: prima difesa a zona 2-3 schierata in situazione “normale” (l’ultimo possesso del 2Q era un episodio dettato dalla preparazione ad hoc di un attacco USA dopo il timeout). Si poteva predisporre prima? Francamente è impossibile dirlo. I problemi dell’Italia nel primo tempo avevano origini e conseguenze preponderanti in attacco. Anzi: le più grandi vittorie offensive di Team USA erano al momento state le entrate di Mikal Bridges, capace di srotolarsi e finire al ferro tra i corpi dell’Italia, situazione che contro una 2-3 sarebbe stata ulteriormente acuita. Se non bastasse, la ricezione al libero e lo scarico al volo di Hart sulla guardia opposta per lo stesso Bridges porta al massimo vantaggio statunitense e alla definitiva ritirata dei remi in barca dell’Italia.
  • Sino a 4’42” dalla fine del 3Q ci siamo sforzati di trovare spunti per il resto della gara, forse fin troppo per il divario creatosi sul parquet. Il Mondiale non è finito per l’Italia, ma il dispiacere per un quarto di finale durato “troppo poco” è grande.
Massimiliano Bogni
Massimiliano Bogni
Hoosier. Bergamasco. Atalantino. Iscritto a Lettere Moderne in UniMi. A seconda del contesto, non necessariamente in quest'ordine. Sempre in attesa di recuperare da terra ogni briciolo di sport.

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