Prima che Dennis Robertson, zio e rappresentante di Kawhi Leonard, chiedesse a tre franchise NBA una serie di vantaggi fuori dagli schemi, che hanno portato a un’indagine ufficiale della lega, aveva scritto la prefazione di un libro di 90 pagine sull’etichetta negli affari e a tavola, scritto da sua moglie Cheryl Walker-Robertson.
Nel testo, i lettori imparavano l’arte della cena professionale — dall’uso corretto delle posate al modo migliore di tenere il tovagliolo, fino a come mangiare la zuppa o spalmare il pane — mentre Robertson spiegava l’importanza delle relazioni e delle prime impressioni per il successo.
Oggi quelle richieste tornano alla ribalta: mentre Kawhi Leonard, i Los Angeles Clippers e il proprietario Steve Ballmer sono sotto la lente di ingrandimento della NBA, il nome di Robertson è al centro di interrogativi su cosa costituisse l’influenza reale dietro le trattative.
Le richieste “fuori limite” dello zio Dennis
Durante le trattative per portare Leonard ai Lakers, Robertson presentò ai dirigenti richieste che andavano ben oltre clausole contrattuali usuali: accesso illimitato a un aereo privato, una casa, guadagni garantiti da endorsement, persino una quota societaria nella franchigia stessa — richieste simili a quelle che il club, decenni prima, aveva concesso a Magic Johnson. Le richieste furono respinte come violazioni dell’accordo collettivo NBA.
Non si trattò di un momento isolato: stesse richieste furono inoltrate anche ai Toronto Raptors e ai Clippers quando Leonard era in libera uscita. Secondo varie fonti, non era tanto l’entità delle richieste a sorprendere, ma la costanza con cui venivano reiterate anche dopo il rifiuto.
In effetti, l’NBA indagò già nel 2019 su Robertson, ma all’epoca non emerse un’evidenza che dimostrasse che le richieste fossero state accettate come parte di accordi illeciti.
L’intreccio con l’affare Aspiration
Il caso che ha riacceso il dibattito riguarda un contratto di endorsement da 28 milioni di dollari tra Kawhi Leonard e Aspiration, una società di servizi finanziari e sostenibilità, oggi in bancarotta. L’accusa è che tale accordo fosse una forma di compensazione “nascosta” — un “no‑show deal” — concepito per aggirare le regole sul salary cap della NBA.
Aspiration era in parte finanziata da Steve Ballmer, proprietario dei Clippers, il che ha acceso sospetti su possibili collusioni.
Secondo documenti resi noti, il contratto con Kawhi Leonard prevedeva pagamenti annuali (7 milioni di dollari per quattro anni), con clausole per nullità se Leonard avesse abbandonato la squadra. Ma non è chiaro che cosa lui avrebbe dovuto fare in cambio di quei compensi: non risulta che abbia promosso Aspiration pubblicamente.
La NBA ha inaugurato una indagine ufficiale per capire se questo schema abbia costituito un aggiramento legale del salary cap.
Il ruolo centrale di Robertson nell’attuale controversia
Se nel 2019 Robertson era stato oggetto di un’indagine, ora torna in gioco come figura chiave per comprendere la natura delle negoziazioni dietro le quinte. Una domanda importante: i Clippers hanno mai ceduto alle sue richieste improprie?
La sua reputazione nell’ambiente NBA è polarizzante: alcuni lo vedono come un difensore tenace del nipote, altri come un interlocutore arrogante che insisteva senza limiti. Un dirigente ha dichiarato:
“Non esiste un inizio o una fine a ciò che chiedeva… c’era una strana aspettativa, non di diritto, ma una volontà di avanzare richieste pazzesche.”
In più, fonti collegano direttamente Robertson all’accordo Aspiration‑Leonard: per molti, l’endorsement “segreto” è stato orchestrato da lui.
Kawhi Leonard: cosa rischiano i Clippers?
Se la NBA dovesse accertare che le azioni dei Clippers (o di altri attori) abbiano violato il tetto salariale, le penalità possono essere severe:
multa fino a 7,5 milioni di dollari
annullamento dei contratti coinvolti
perdita di scelte al draft
Il commissario Adam Silver ha affermato che agirà solo se emergerà una violazione concreta e non soltanto un’apparenza.
Da parte loro, i Clippers e Ballmer negano qualsiasi coinvolgimento illecito e si dicono pronti a cooperare con l’indagine.
Al momento, l’esito dell’inchiesta è incerto — e Robertson rischia non soltanto il giudizio della lega, ma un’ulteriore macchia reputazionale.
La vicenda mette in luce quanto, nel mondo dei grandi contratti sportivi, il confine tra legittima negoziazione e violazione normativa possa essere sottile. Dennis Robertson emerge come figura controversa: da un lato portavoce e difensore del talento del nipote; dall’altro, protagonista di richieste che molti considerano oltre i limiti del consentito.
La NBA ora ha il compito di stabilire se tali richieste abbiano prodotto accordi che aggirassero le regole del salary cap. Se venissero confermate irregolarità, le conseguenze per le parti coinvolte potrebbero essere durissime.
