Home Lega Basket La Benetton dei “seven seconds or less”

La Benetton dei “seven seconds or less”

2049

Se dalla panchina e tatticamente, quella di D’Antoni è una rivoluzione, sul campo, in termini di giocatori, la squadra non ha bisogno di stravolgimenti estremi. Sotto canestro c’è la sicurezza Marconato assieme al duo Garbajosa-Nicola, che garantisce lo spacing vitale per il gioco dell’ex playmaker dell’Olimpia. Bulleri e Nachbar sono le due stelline pronte a fare il salto di qualità, il tutto tenuto assieme dall’esperienza e il talento di Ricky Pittis, altro giocatore chiave per D’Antoni.
Lo scheletro della squadra, insomma, c’è. Mancano, però, due pedine chiave: un playmaker che diventi il motore costantemente a cinquemila giri della squadra e una guardia che polverizzi la retina da dietro l’arco.

Il primo identikit viene associato a un altro ritorno in terra veneta, lui pure dopo un’esperienza al di là dell’Oceano. Tyus Edney, che nel 1999 aveva già vestito la maglia trevigiana dopo l’Eurolega vinta con lo Zalgiris, viene da una deludente stagione agli Indiana Pacers. Solo ventiquattro partite con scampoli di minutaggio rimettono il folletto da UCLA su un aereo destinazione Europa. E la dirigenza trevigiana non si lascia sfuggire l’occasione. D’altronde, nella visione di gioco dell’uomo di Mullens, non c’è giocatore più indicato a dirigere le operazioni.
Rapido, con enormi doti di playmaking, capace di battere l’uomo in qualsiasi momento. Bravo a trovare scarichi per i compagni, ma dotato anche di tiro, da tre punti o con l’arresto dalla media. Facendo gli ovvi distinguo del caso, Edney è quello che, in futuro, Nash rappresenterà per D’Antoni ai Phoenix Suns. Il giocatore a cui chiedere di tenere alti i ritmi, spingere il contropiede, tenere la difesa sotto pressione costante.
In guardia, invece, Maurizio Gherardini fa una delle sue magie. Per sostituire Marcus Brown, si dirige in Russia, un mercato all’epoca non così usuale per le squadre italiane. E dalle fredde lande di Perm torna con la firma di uno dei più micidiali tiratori che si siano visti nel nostro campionato: Sergei Chikalkin.

È un mondo diverso da quello odierno, non c’è ancora l’accessibilità d’informazioni attuale. E, sulle prime, il nome scalda poco i tifosi, abbastanza straniti di vedere un russo designato a mettersi in guardia in una squadra che voleva tornare a fare la voce grossa a livello continentale.
La realtà è che Chikalkin, a venticinque anni, arriva da una stagione spettacolare all’Ural Great Perm, con cui ha vinto la Lega Baltica, mettendo trentotto punti in finale contro lo Zalgiris e marcando una stagione da ventun punti di media e un folle 59,3% da tre.
Assieme a loro anche il giovane Mario Stojic, ventunenne esterno croato che non manterrà mai del tutto le promesse di inizio carriera.

Il quadro è completo e D’Antoni ha quello che vuole: una squadra dinamica e versatile. Capace di correre, segnare tanto e con giocatori di stazza che gli permettano di varare quintetti atipici per l’epoca. Se volete un manifesto della sua idea di pallacanestro, questi sono i primi tre possessi della partita di campionato giocata, e vinta, in casa della Kinder Bologna di Manu Ginobili.

La musica è questa e presto se ne accorgono tutti in Italia. A settembre arriva subito il primo trofeo, a Genova, con la Supercoppa Italiana vinta superando proprio la Virtus Bologna (100-95) in semifinale e poi liberandosi agevolmente della Scavolini Pesaro in finale, con Tyus Edney premiato MVP.

In campionato va ancora meglio. La Benetton è un rullo compressore. L’esordio è un sonante 119-74 inflitto a Roseto, apri pista di undici vittorie consecutive per aprire la stagione, ottenute a oltre diciotto punti di scarto in media. Una striscia che proietta, ovviamente, i verdi al primo posto, mantenuto fino al giro di boa, nonostante una leggera flessione di rendimento, tre sconfitte nelle ultime sette giornate, prontamente rintuzzata in Eurolega.

Pubblicità

1
2
3
4
5
6
n.fiumi
Classe 1985, bolognese di nascita. Folgorato da Danilovic, ammaliato da Ginobili, tradito da Abdul Gaddy. Incidente che mi ha portato a valutare le cose in maniera più disincantata.Classico esempio di paziente affetto dal "Disease". La vita è troppo breve per vedere brutto basket ma, se non c'è altro, il campionato ungherese resta un'ottima opzione.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui
Captcha verification failed!
CAPTCHA user score failed. Please contact us!