Ebbene?
Cosa ci ha colpito?
Il Luogo e il Tempo.
Tre di questi indiscussi campioni, dopo la gloria americana, quella europea sono venuti a conquistarla con una squadra italiana. E altri 4 (Ginobili,Kucoc, Nesterovic e Tabak) prima degli anelli NBA sono transitati dall’Italia (Livorno, Reggio Calabria, Milano e Bologna).
Quanto Bel Paese che c’era nel basket. 7/9, una percentuale stratosferica nel tiro da 3 punti, ma buona anche ai liberi…
Tutto questo accadeva negli anni ‘80 e ‘90, sul limitare del nuovo millennio.
Spontanea e banale sorge la (solita) domanda: Perché oggi non più, quale la differenza?
L’abbiamo rivolta a due vecchi amici, sempre pazienti nei nostri confronti: un grande general manager, che gli americani li andava a prendere, e un grande campione che ci giocava accanto.
Anticipiamo: noterete come entrambi, con accenti e parole diverse, vadano ad individuare la medesima radice quadrata del problema.
Ascoltiamoli.
Toni Cappellari:
La risposta è tutta in una premessa: giocavano gli italiani e gli stranieri erano soltanto due. Le squadre di vertice, con maggiori ambizioni e disponibilità, cercavano italiani forti e con due stranieri soltanto rimaneva nel budget la possibilità di ingaggiare giocatori importanti, stranieri forti, ma veramente forti. Tenendo anche presente che negli anni ‘80 in America come lega professionistica c’era solo la Nba, non il florilegio attuale. E dunque minor concorrenza. Cosa è cambiato? I regolamenti attuali, che sono demenziali. Il pubblico vuole vedere gli italiani, unico vero traino, anche psicologico, verso la proiezione dei sogni dei ragazzi. Un tempo al fianco dei McAdoo anche gli italiani miglioravano Adesso? Faticano molto di più, cosa che si riflette, a caduta, anche sui risultati della nazionale.
Dino Meneghin:
La differenza è una sola, ma fondamentale. Allora in ogni squadra esisteva un gruppo di base consolidato. Il nucleo italiano, al quale di volta in volta si andavano aggiungendo i vari J.B. Carroll, o Antoine Carr o Bob McAdoo.
Un conto è se uno o due giocatori devono capire il mondo in cui sono capitati, altro discorso, e altro tempo che impieghi, se devi spiegarlo a cinque o sei giocatori stranieri. Altra differenza? Il budget allora era “mirato” a scelte di campioni che potessero veramente innalzare l’efficienza della squadra, mica come adesso che arrivano quattro scamorze che si credono Michael Jordan, tanto le puoi cambiare anche a stagione in corso. Inoltre, con un gruppo italiano consolidato era anche più facile l’integrazione, l’osmosi tra culture sportive diverse: gli italiani, facevano in fretta a capire i vantaggi in termini di risultati che un piccolo passo indietro, nel gioco o nel minutaggio, portava alla squadra. La qualità aggiunta allo spirito di squadra ti faceva vincere i campionati. E questo agevolava anche il coinvolgimento emotivo del campione straniero nel gruppo. Un esempio? Quando Bob McAdoo è arrivato all’Olimpia Milano, lui che in Nba aveva sempre giocato con il numero 11, il mio numero, me la ha lasciato.





