Dalla nostra umile collina, tra le balze di vigna e rosmarino, si sentono troppe sirene. Ambulanze? “Macché – l’amico che la sa lunga – È scoppiata la primavera, sono inesperti e si fanno tutti male negli orti”.
Ci vogliono far credere quel che gli pare.
A cominciare dalla storiaccia della retrocessione. L’ultima retrocede, però se paga 125mila euro ritorna a galla. Contrordine, il presidente di Legabasket ammonisce che è una “voce messa in giro”. Da chi?
Passando per quelli che si lamentavano perché “Milano ha due squadre” e poi si lamentano se a Venezia ne fanno riposare tre, più un infortunato (campionato falsato). Soggettività straripante. Nauseante.
Ci è tornato in mente, troppi anni or sono, un nostro compagno di squadra, uno davvero forte, uno maturo che a 20 anni, per la testa e la serietà, sembrava averne 40. A 22 anni aveva già una figlia. Incidente di percorso? Nemmeno per sogno. Si era sposato a 20 con la ragazzina che conosceva fin dalle elementari, poiché all’atto di iniziare la sua carriera di giocatore in giro per l’Italia grilli per la testa non ne voleva avere. E se doveva spostarsi, voleva farlo con la responsabilità e la sicurezza della famiglia. Lui ci faceva letteralmente impazzire.
“Hai visto che bella quella macchina nera?”.
“Ma che c… dici? Se è bianca!”.
“Lo dici te. Per me è nera. Il nome che danno ai colori è una convenzione. E allora io ti dico che per me è nera. Sarò libero, o no, di dare alle parole il significato che mi pare?”.
Era sempre così. Su tutto.
Discussioni a non finire. Sui fonemi, i suoni e le parole, ed il significato che ad essi (i suoni) venivano attribuiti. Una testa di cemento armato. Finché un bel giorno: “Ehi merda – lui si girò di scatto – Eh si, cosa ci vuoi fare? Per me quella parola li significa “ganzo” o se vuoi “figo”… Il linguaggio è una convenzione, sarò libero, o no, di dare alle parole il significato che più mi piace?”. E da quel giorno tutto finì li. E voi scusate la volgarità. Ma avevamo vent’anni. Ed era proprio bello.
Scusate, soprattutto, la divagazione. Solo per dire che sarebbe ora di chiamare le cose con il proprio nome. E non come a ciascuno pare.





