Luca Banchi si racconta in una lunga intervista a La Provincia Pavese, intrecciando il percorso da commissario tecnico dell’Italbasket e della Lettonia con il proprio vissuto familiare. «La nazionale è di tutti. Io lavoro per il futuro e sarei felice se i frutti di quello che stiamo costruendo li raccogliesse il mio successore», spiega, ricordando il ragazzo di Gorarella che andava dalla casa alla palestra in sella a un «Ciao bianco» con una sacca di palloni, molto prima dei palcoscenici mondiali.
Banchi confessa di non essersi innamorato subito del basket: «All’inizio ho fatto fatica ad appassionarmi. A Grosseto, per l’appunto, la pallacanestro non è mai stata lo sport più importante». La svolta nel ruolo di coach arriva con il trasferimento a Montecatini e l’incontro con il professore di liceo Luciano Righeschi: «Mi disse di presentarmi in palestra. Mi fece trovare un gruppo di giocatori nati nel 1971… In pratica li usò come cavie. Da lì Luciano è diventato il mio tutore, mi ha insegnato i primi rudimenti del ruolo, parlavamo delle metodologie di allenamento. Ancora oggi ci sentiamo».
Inevitabilmente, l’intervista passa anche per alcuni dei momenti salienti della sua carriera. Uno spartiacque è sicuramente il periodo trascorso all’Olimpia Milano, che segna la fine di una prima parte di carriera costellata di successi. «È stata la fine di un ciclo, dieci anni incredibili, vissuti sempre col piede sull’acceleratore». A quel punto, la decisione di fermarsi per due anni, prima di tornare ad allenare sulla panchina di Torino in una veste del tutto nuova.
Per due anni non sono arrivate proposte che avessero certi connotati. Sono tornato perché il progetto di Torino mi piaceva, la squadra era figa da allenare, ma le cose non sono andate come volevo.
Quella di fermarsi per due anni è solo una delle tante scelte non convenzionali prese da Luca Banchi nel corso della sua carriera. Tra queste, rientrano le dimissioni da coach della Virtus Bologna. Una decisione che in molti altri allenatori non avrebbero preso. «Ai giovani allenatori dico, non fate come me. Nella mia carriera ho fatto scelte poco convenzionali, che se emulate sono rischiosissime». Non manca una critica feroce al sistema:
Oggi alla figura dell’allenatore non è riconosciuta la dignità della mia generazione, quando da allenatore delle giovanili percepivo lo stipendio. Fare l’allenatore è un passatempo dove al massimo ti rimborsano qualche centinaia di euro.
Guardando alla dimensione internazionale, definisce «un’apoteosi professionale» il Mondiale con la Lettonia: «Siamo arrivati a un tiro dal podio, ma abbiamo esportato un modo di fare basket». Quelle emozioni lo accompagnano nel lavoro quotidiano con l’Italia, anche all’interno di un calendario che non sempre facilita le operazioni, anzi.
Ci giochiamo le qualificazioni in sei finestre, ma in quattro di queste non possiamo schierare giocatori che militano nei tre campionati più importanti del mondo. Io sono stato nominato ad agosto e non ho mai visto un giocatore fino al lunedì prima dell’esordio con l’Islanda.
Cosa può fare quindi un CT per chiudere questo gap che si crea? «Dare equilibrio e sostegno ai giocatori, curare gli aspetti organizzativi. Cerco di fare il mio meglio, la nazionale per definizione appartiene alle generazioni successive».
