Luis Scola, nel corso della conferenza stampa di fine stagione, torna a parlare anche della polemica scaturita nei suoi confronti dopo la sfida contro Cremona. Una contestazione che, in molti, pensavano potesse portare a una suo addio alla Pallacanestro Varese.
Ecco cosa ha detto in merito a questa vicenda Luis Scola
“Accetto le critiche, ma non gli insulti. In tutta sincerità, se avessi potuto, quella sera sarei andato via. Ma non potevo. Oggi, dopo aver ascoltato tante persone, ho una visione diversa. So che quella rabbia non rappresentava il pensiero di tutti. Credo però che questi momenti debbano servire per fermarsi, riflettere e cogliere l’occasione per allineare i valori dei tifosi a quelli del club. Sportivamente siamo andati male, è vero, ma il rispetto – quello minimo – deve restare sempre. Io credo che questi siano anche i valori della città: a Varese non ci si insulta per strada, ci si rispetta. Vorrei che questa vicenda diventasse un’opportunità per costruire qualcosa di positivo. Ho parlato con tante persone da quella sera e sento che abbiamo superato quel momento. Ma non possiamo far finta di niente: dobbiamo migliorare.
A chi mi ha urlato di andarmene dico che io non sono qui a respingere offerte ogni settimana da parte di qualcuno pronto a comprare la Pallacanestro Varese. Anche perché non posso mollare tutto da un giorno all’altro altrimenti la squadra non si iscriverebbe al campionato: chi critica dovrebbe farlo tenendo conto della realtà”.
E, ancora:
“Tra le tante cose che sono state dette e scritte, molte non sono vere. C’è chi mi dipinge come un dittatore, come uno che decide tutto da solo, che dice all’allenatore cosa fare o non fare, che usa un algoritmo segreto per scegliere i giocatori. Alcuni hanno insinuato che voglia far retrocedere la squadra… Non è vero che non difendiamo apposta, è un’idea ridicola: la pallacanestro è fatta di attacco e difesa e non è neppure vero che giochiamo solo in attacco per vendere più biglietti. I biglietti si vendono quando si vincono le partite.
Qui abbiamo un progetto strutturato, fatto di persone, di ruoli, di competenze. Io faccio l’amministratore delegato, ho investito nella società e ovviamente ho voce in capitolo, ma non sono un despota. Pensare il contrario ha generato un clima di negatività eccessiva. Le critiche vanno bene ma spesso si è criticato per tutto: se qualcuno ci attacca perché abbiamo ingaggiato Hands, non deve attaccarci perché oggi, da capocannoniere, non riusciremo a trattenerlo perché andrà a guadagnare il triplo. Serve equilibrio in questi casi”.





