Ospite della nuova puntata di Basketball & Conversation, il capitano della Virtus Bologna Marco Belinelli ha ripercorso alcuni passaggi chiave della sua carriera e ha parlato del suo futuro che, a 39 anni, lo vede prossimo a terminare la carriera da professionista.
Ecco i passaggi chiave dell’intervista a Marco Belinelli.
Sul’approdo in NBA
“Mi ricordo il primo anno, è stata tosta. Venivo dalla Fortitudo dove ero un giocatori importante. Non lo accetto adesso di non giocare, figurati da giovanissimo in NBA: i primi due anni ho giocato pochissimo. Non avevo chance per dimostrare”.
Poi gli Spurs nel 2013
A San Antonio ho cercato di mettermi in un sistema già creato. L’anno prima avevano perso le finali contro Miami con il famoso tiro di Allen dall’angolo. La stagione dopo, arriviamo e nella sala cinema c’erano gli ultimi due quarti nei quali avevano perso il titolo NBA. Era come per dire: ‘Qui siamo arrivati, e da qui dobbiamo ripartire’. Per me era il momento di dire: ‘Ora mi metto in gioco per giocare per una squadra da titolo o magari vincere’.
Sono arrivato da free agent, c’erano due/tre squadre. Ma in quegli anni non cercavo una Sacramento, per esempio, a più soldi. Piuttosto una San Antonio dove crescere come giocatore, persona e magari vincere. Il gioco espresso lì era clamoroso, tutta una roba di letture. Tanti giocatori in intelligenti bravissimi a muoversi senza palla, per me è stato fantastico. Nell’aria si respirava qualcosa di speciale, poi c’è stata la gara del tiro da tre punti. Quell’anno lì è stato fantastico”.
Su Gregg Popovich
“Secondo me una roba clamorosa è che lui è così esigente dal volere da Duncan, Ginobili e Parker che da un giovane appena arrivato. E se sei una persona intelligente cosa dici? “Se vuole così tanto da Duncan e Ginobili, devo fare la stessa cosa. Anzi, devo fare il doppio di quello che fa Duncan”.
Sul suo futuro
“Visto che comunque a breve probabilmente arriverà il momento in cui mi dovrò ritirare, la voglia di vincere è ancora di più. Scenderei di categoria? No. Avendo giocato 13 anni in America, ho avuto la fortuna di poter tornare a giocare a Bologna. Qua ho tutti, famiglia, amici. Sono molto legato. Ogni anno, dover tornare in America a giocare a basket in NBA era un dramma. Piangevo, perché avevo già la malinconia della partenza di casa. Poi stavo da Dio, ma è stato così per tutti gli anni della mia carriera NBA”.





