Entrare nel mondo NBA è il sogno di ogni cestista, ma per Marco Belinelli l’impatto con la realtà americana è iniziato con un divertente quanto emblematico smarrimento geografico. Ospite di Alessandro Cattelan a Supernova, il “Beli” ha raccontato con estrema sincerità il misto di tensione e incoscienza che ha accompagnato la sua chiamata al Draft del 2007, un momento sospeso tra la gloria planetaria e le radici profonde di San Giovanni in Persiceto.
Il primo impatto con il Draft NBA
“C’è questa leggenda che poi non è una leggenda ma la verità: io quando sono stato scelto da Golden State alla numero 18, c’era mia moglie — adesso mia moglie — Martina, ci siamo guardati e lei fa: ‘Dove cavolo è San Francisco?’. Capito? Noi eravamo proprio in un mondo parallelo rispetto a San Giovanni in Persiceto, l’Italia, Bologna. Eravamo tranquilli, ma sulla mappa era già complicato.
Poi mi ricordo l’impatto di arrivare in questa città che ho capito fin da subito essere devastante per la bellezza, il Bay Bridge, la nebbia… è una città stupenda. Però il Draft è un momento talmente particolare perché non hai la sicurezza di dove andrai a giocare; lo vivi bene perché sei contento di essere lì, ma c’è sempre il rischio di fare la figura di quello che viene invitato e poi non viene scelto. Io l’ho percepito che sarei andato ai Warriors solo quando ho visto arrivare le telecamere davanti a me, alla mia famiglia e al mio agente.”
Marco Belinelli: dal campetto di casa alle luci di New York
Quello che emerge non è solo il racconto di un successo sportivo, ma il ritratto di un ragazzo che, pur avendo appena scalato l’Olimpo del basket, non aveva ancora chiaro in quale angolo di mondo lo avrebbe scaraventato il destino. Passare dal campetto sotto casa alle luci di New York è un salto nel buio che Marco Belinelli ha affrontato con la genuinità di chi non dimentica da dove viene, anche quando il “dove sta andando” è ancora tutto da scoprire su una cartina geografica.
