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Marco Belinelli e il lato oscuro della NBA

Nel luccicante mondo della NBA, non tutto è gloria e tiri decisivi; esiste un lato oscuro fatto di compiti ingrati che possono minare l’ego di un campione. Ospite di Supernova, Marco Belinelli ha confessato ad Alessandro Cattelan un aneddoto finora rimasto nell’ombra, legato a una delle tattiche più ciniche del basket americano: il “Hack-a-Shaq”.

Si tratta del momento in cui un giocatore viene mandato in campo con l’unico scopo di commettere fallo su un avversario pessimo ai tiri liberi, come lo era Shaquille O’Neal.

L’umiliazione tattica in campo

“Mi è successo in carriera che giocavamo contro Shaquille O’Neal, che non tirava ovviamente i tiri liberi bene. Io sono entrato in campo solo per fare fallo: quello per me è stato veramente un momento tosto, sono arrivato a casa incazzato. Percepisci quanto ho sofferto: ‘Marco fai questo, devi andare a fare fallo’.

Entro in campo solo per quello, è stato per me un momento umiliante, sì. Però dopo mi ha dato la forza, perché sapevo tirare… ma vederlo dal vivo, Shaq, con quelle mani giganti… la manualità di avere la palla tra le mani non è sempre facile per lui. È sempre stato il suo punto debole, mentre per il resto era dominante.”

Marco Belinelli: da pedina a protagonista

Quella che per un allenatore è una mossa strategica, per un atleta del calibro di Marco Belinelli è stata una ferita professionale difficile da digerire. Passare ore in palestra a perfezionare il proprio tiro e poi essere usato come un semplice martello pneumatico per mandare Shaq in lunetta è il paradosso di un’eccellenza che deve piegarsi al pragmatismo più crudo.

Alla fine, però, anche l’umiliazione di un fallo tattico serve a forgiare quella rabbia agonistica necessaria per ricordarsi che, in quel campo, non ci sei finito per caso, ma per dimostrare di essere molto più di una pedina in una partita a scacchi.

Stefano Sanaldi
Stefano Sanaldi
Quello con la palla a spicchi è stato amore a prima vista. Una volta appese le scarpe al chiodo, ho deciso di allenare le nuove generazioni per rimanere in questo fantastico mondo. E poter scrivere di pallacanestro è un piacere e un onore.

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