Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Marco Legovich, attuale vice allenatore della Pallacanestro Varese nonché ex allenatore della Pallacanestro Trieste. Legovich, tra i tanti argomenti affrontati, ci ha parlato della figura di Luis Scola e della sua importanza come dirigente a Varese. Di seguito, le sue parole:
Luis è una persona con una grandissima leadership e personalità, ed è un qualcosa suo di innato. Quindi è chiaro che quando entra in palestra senti il peso della sua personalità, ed è un qualcosa che eleva tutti a provare ad essere sempre la miglior versione di se stessi, di noi stessi in questo caso.
È chiaro che lui sta facendo un percorso da manager, e la transizione da giocatore a manager non è sempre facile, anzi non lo è assolutamente. Lui lo sta facendo secondo me con una visione e una chiarezza riguardo a quello che vuole ottenere che è assolutamente encomiabile. Andando avanti per la sua strada e non curandosi di quello che succede fuori. Non è una cosa facile, vuol dire credere nel proprio lavoro e nelle proprie idee. Dopo ci sono dei confini tra essere convinti, supponenti o troppo sicuri di sé o meno. Questo non è in discussione.
Quello del budget è un discorso importante, perché riuscire a fare pallacanestro al più alto livello possibile è difficilissimo. Con un budget altissimo, ma lo è ancora di più quando questo budget viene investito in una visione, non nella prima squadra. Troppe volte si pensa che abbiamo 10 milioni di budget e che quindi la squadra costi 10. Ma quello che si sta cercando di fare, in primis merito suo, del Consorzio, del Consiglio di Amministrazione, di Bulgaroni che è sempre presente, del GM, di Paolo Perego, di tutte queste figure che aiutano, è creare una base forte.
Luis usa un’espressione che secondo me è bellissima, che è crescita sostenibile. Perché fin troppe squadre sono cresciute nel breve, in due anni, e poi sono fallite. Sono cresciute in due anni e poi sono retrocesse. Poi è chiaro che questo gioco, la destinazione delle risorse, è un equilibrio veramente pericoloso. Perché se si vuole portare avanti entrambi i progetti, l’equilibrio è importantissimo, con uno a discapito dell’altro.
Penso che lui stia gestendo con grande competenza questo tipo di progetto nella transizione da giocatore a dirigente. Lavorare con lui penso che stia aiutando tutti ad avere a che fare con una persona di alto profilo e con la quale devi rapportarti sempre su come poter essere migliore, all’altezza della situazione, della conversazione, della riunione. Devi essere sempre pronto.
Questo è un insegnamento che, anche se non è un uomo di tante parole, solo la sua presenza ti porta a dover fare in automatico. Vale per gli allenatori, per i manager, per i giocatori. Ci sono degli allenamenti in cui Luis è coinvolto anche nel player development. Non so se lo sapete, noi come allenatori siamo sempre in campo a sudare, spingere, correre. Vi posso assicurare che, quando ricevi un contatto da Luis mentre vai a canestro, non è proprio facile finire.
Poi si accende anche in lui quello che è essere competitivo. Non arrivi a vincere e avere la carriera che ha avuto Luis se non sei una persona competitiva. Lo spirito competitivo non si spegne con un interruttore. Luis poi diventa veramente sfidante. L’aggettivo, secondo me, più bello è ossessionato. Lui è ossessionato dal suo progetto, ma nel senso positivo come quello che era Kobe Bryant. Il sentimento è quello.
