Potrà piacere a qualcuno, dare fastidio in altri casi e l’opinione personale va sempre rispettata, ma proprio il rispetto è quello che da un po’ di tempo sta iniziando a mancare. Al minuto 7.20′ del video che trovate qui sotto, abbiamo posto a Ettore Messina una domanda lecita, onesta, senza secondi fini, inerente alla partita di Shavon Shields.
Forse è arrivato il momento di parlarne, perché finché ti disturba ma non ti tocca, ne discuti con gli amici al bar e utilizzi un linguaggio conforme all’ambiente, che all’interno del boccale di birra e del locale rimane, senza nessun tipo di conseguenza se non qualche grassa risata. Ma quando ti tocca direttamente è diverso, hai una sensibilità più viva, magari un nervo scoperto e, per questo motivo, agire d’impulso non è mai la cosa giusta da fare. Noi che proviamo a fare giornalismo ogni giorno abbiamo il dovere di analizzare le cose in modo totalmente scevro da preconcetti, simpatie e antipatie. Posso dire, senza timore di smentita, che in questo sito non troverete mai valutazioni che non tendano all’oggettività e all’analisi giornalistica.
La risposta di coach Messina è stata:
“Tu sei pagato e mi auguro ti paghino bene per dare i voti e le pagelle. Io no. E soprattutto non faccio una pagella con voi che dovete fare le pagelle. Io ho sempre detto questo, forse non ci siamo mai incontrati prima in una conferenza stampa. Son trent’anni che dico questo quindi buon lavoro con le tue pagelle.”
Per dovere di cronaca, la persona in questione non è pagata e nemmeno profumatamente, lui, per fare ciò che stava facendo. Ci stava mettendo passione e applicazione, ma soprattutto era lì a proprie spese, investendo tempo e risorse sue, per dare dei contenuti e dei valori a uno sport che, giornalisticamente parlando, ormai vive quasi solamente della passione e degli investimenti di tempo e risorse di chi decide di impegnarsi a scrivere e parlare di basket a livello amatoriale o semi-professionale.
Parlare di soldi e stipendi in queste situazioni è quantomeno poco opportuno. Non siamo più negli anni Ottanta e Novanta, dove chi presenziava alle partite era, nella stragrande maggioranza dei casi, un giornalista professionista con tutte le trasferte pagate dalla sua testata. Ce ne sono ancora, senza ombra di dubbio, ce ne sono di competenti e di grande esperienza a cui va il nostro massimo rispetto e, nel caso, deferenza. Ma se oggi dovessimo pensare a una sala stampa con solo giornalisti “pagati bene” (cit.) faremmo fatica a contarli sulle dita di due mani, anche in un una piazza come Milano, da Eurolega, di blasone eccetera. Forse per coach Messina e per i giocatori sarebbe anche più comodo, perché almeno nel post partita non avrebbero la seccatura di dover rispondere alle domande sul campo.
Sono il primo a essere solidale con chi sbotta per domande tendenziose, provocatorie, mal poste o atte direttamente a fare un titolo a discapito di tutto. Il recente esempio di coach Vitucci ne è la chiara testimonianza. Se dopo una sconfitta, magari anche cocente, mi provochi, sono una persona in carne e ossa e, se a volte sbotto, ci sta e hai tutta la mia comprensione. Ma se la cosa finisce per mancare di rispetto in modo gratuito a una persona che sta facendo il suo lavoro e non in modo pretestuoso, questo non è accettabile. Forse sarebbe meglio provare a pensare che non sempre la posizione che si ricopre dia dei diritti che vadano oltre quelli della civile convivenza e del rispetto tra persone che stanno al di là e al di qua del tavolo della sala stampa.
Sul campo si può vincere e si può perdere. Si può vincere per lunghi periodi, ma anche rimanere a secco per altri. E forse dovremmo imparare dalla cultura americana e dall’NBA che, quando Popovich sbrocca lo fa per davvero; ma negli altri momenti che sia Popovich, Spoelstra o Kerr (solo per fare dei nomi), e che si rapportino con Marc Spears, Zach Lowe o lo studente che sta facendo tirocinio al college, trattano tutti allo stesso modo. E l’ho vissuto in prima persona questo. Su una domanda di basket, si dovrebbe rispondere con qualcosa di basket, che possa piacere o meno anche a coach Messina.
Noi, dal punto di vista giornalistico, abbiamo il dovere di fare meglio il nostro lavoro, non minimizzare tutto alle banali polemiche da bar solo perché fanno click e numeri. Spesso siamo noi stessi “giornalisti” a ingenerare vortici negativi o circoli viziosi intorno alla pallacanestro e su questo dobbiamo migliorare tutti come categoria e cultura. Se e quando usciamo dai binari, le entità danneggiate, giustamente, si tutelano chiedendoci spiegazioni o lamentandosi…Beh, ora è arrivato il momento anche per noi di farlo. In un mondo che amiamo e che vorremmo essere la nostra vita per 24 ore al giorno e sette giorni su sette. Come per un figlio vorremmo sempre il meglio, sapendo che questo non è sempre possibile, ma quello che non deve mai mancare è il rispetto per il lavoro degli altri.
Noi, come Backdoor Podcast, ce la mettiamo tutta per fare al meglio ciò di cui ci occupiamo, nel rispetto di tutti. Abbiamo sbagliato in passato e ci siamo scusati, sbaglieremo in futuro e ci scuseremo. Ma il rispetto non deve mai mancare e, anche se non cambierà nulla, ogni tanto esternare un sentimento di disturbo serve a metabolizzarlo e andare avanti con la stessa forza e voglia di prima. Perché un giorno, coach Messina, noi tutti vorremmo essere pagati (e anche bene) per lavorare nella pallacanestro e fare ciò che ci appaga più di ogni altra cosa.




