Durante un timeout della scorsa stagione, Draymond Green si è girato verso Stephen Curry e gli ha proposto di giocare “Milwaukee”. Steve Kerr, che li allena da più di dodici anni, è rimasto spiazzato: nel suo playbook non esisteva nessuno schema con quel nome.
Green gli ha spiegato che era solo il loro nome in codice per un’azione. Quando l’hanno eseguita, Kerr l’ha riconosciuta subito: una variante dei loro pick and roll alti. Lo ha raccontato l’allenatore a The Athletic, aggiungendo di essere certo che nessun altro giocatore della squadra avrebbe capito cosa significasse.
Una lingua costruita in 14 stagioni
Curry e Green sono alla quindicesima stagione insieme, con quattro titoli NBA vinti. In questo tempo hanno sviluppato un modo di comunicare tutto loro: uno sguardo, un cenno, il nome di una città.
Su “Milwaukee” Green non si sbottona. Dice che è una cosa che sanno solo lui, Curry e Kerr, e che deve restare così. Curry, dal canto suo, ha ammesso che i codici di questo tipo sono parecchi, e che non è contento che quello sia diventato pubblico.
Green lo ha definito un rapporto quasi telepatico. Secondo lui due compagni qualsiasi possono costruirsi qualche parola in comune in un anno, ma loro due parlano una lingua intera. L’immagine che usa è quella dei fratelli: «È come avere un gemello» e gli americani spesso chiamano questi rapporti “Having a brother from a different father”.
Da istinto a metodo
All’inizio, raccontano, il loro gioco era puro istinto. Green colloca la svolta intorno alla stagione 2019-20, quando entrambi hanno capito che, con il passare degli anni e le difficoltà crescenti, non bastava più improvvisare e dovevano giocare in modo più ragionato.
Curry fa risalire le basi ancora più indietro, all’arrivo di Kerr nel 2014 e al suo attacco basato sul movimento. Da lì, stagione dopo stagione, gli schemi si sono sedimentati fino a diventare memoria condivisa.
Kerr riassume così la coppia: due giocatori diversissimi che si esaltano a vicenda. Green è uno dei migliori bloccanti e dei giocatori più intelligenti della lega. A Curry basta un minimo spazio per tirare, e Green sa esattamente come crearglielo.
L’ultimo ballo?
Dietro i sorrisi c’è una consapevolezza: questa potrebbe essere l’ultima stagione insieme. Curry ha firmato un’estensione biennale prima del training camp e anche Kerr ha un nuovo contratto di due anni. A Green, invece, resta solo un anno a 27 milioni di dollari. Potrebbe essere la sua ultima stagione nell’unica squadra NBA in cui ha giocato.
Green dice di non pensarci, e in modo molto colorito di non preoccuparsi di cosa succederà tra otto o nove mesi. Curry ammette che il pensiero della fine è inevitabile, ma dice di viverlo come una spinta: sapere che restano pochi anni rende più urgente ogni partita. Kerr ha detto di pensare da almeno tre anni che ogni stagione potrebbe essere l’ultima, e di godersi ogni momento con loro. Lo scorso aprile, negli ultimi secondi della sconfitta nel Play-In contro Phoenix, li aveva abbracciati entrambi senza sapere se sarebbe tornato.
Un avvio in salita
Il momento della squadra non aiuta. I Warriors hanno iniziato la stagione con una sconfitta pesante contro i Lakers e sono 1-3: la prima vittoria è arrivata solo lunedì contro i Nuggets. Mancano Jimmy Butler (crociato), Moses Moody (rottura del tendine rotuleo) e Kristaps Porzingis, fermo per un problema di salute non specificato.
Green insiste che la cultura dei Warriors è sopravvissuta perché ha saputo adattarsi senza perdere la propria identità. Il rookie Yaxel Lendeborg racconta di fare domande continue ai due veterani e di uscire solo ora dallo shock di giocare con i suoi idoli d’infanzia.







