La zona mista della Uber Arena, a pochi minuti dalla fine di Olympiacos-Fenerbahce, vede transitare i biancorossi di Atene. In esclusiva ai microfoni di Backdoor, ecco alcune considerazioni riassuntive sull’esperienza a Berlino della squadra di Bartzokas, raccontate da Naz Mitrou-Long.
Prima esperienza, anche calcando il parquet nella finale per il 3° posto, alle Final 4 di Eurolega. Quale bilancio conclusivo trae Mitrou-Long dalla settimana di Berlino?
Penso che abbiamo onorato al 100% la gara. A prescindere dallo sforzo mentale che sei disposto a metterci, quando ti trovi in campo è impossibile giocare col freno a mano tirato. E sono contento che contro il Fener non lo abbiamo fatto.
Non solo oggi, ma per l’ennesima volta in stagione la panchina dell’Olympiacos ha dimostrato di saper muovere la palla come pochi in Europa. Pensi che l’utilizzo massivo dello Spain P&R (bloccare il bloccante sul palleggiatore mentre taglia a canestro, ndr) per ribaltare il lato e attaccare una difesa mossa ha tanta influenza sul vostro gioco?
Ormai le Spain action si stanno diffondendo sempre di più a qualsiasi livello di pallacanestro. Il nostro roster però si addice molto a questi set: abbiamo tante guardie contemporaneamente in campo e lunghi capaci di gestire una ricezione in mezzo all’area e leggere gli aiuti della difesa. Oppure delle ali abili ad aprirsi in pop se è la guardia a portare il primo blocco. L’abbiamo sempre utilizzata, ma stasera è stata particolarmente efficace.
Sei d’accordo col pensiero di Nigel Hayes-Davis riguardante l’inutilità di gare come questa? O si possono ricevere insegnamenti anche da sfide senza nulla in palio?
Ho voluto recuperare l’intera citazione, e mi trovo particolarmente d’accordo con lui quando parla dell’impegno massimo una volta che si scende in campo. Le persone sugli spalti vogliono comunque una gara che rispetti la loro presenza, e anche a sé stessi bisogna ricordarsi quanta paura si ha di pensare a quando non giocheremo più. Detto questo, immaginiamoci quanto sia complicato mentalmente approcciare una gara che è, per sua stessa definizione, “di consolazione”. Siamo a questi livelli perché vogliamo essere i migliori, non siamo qui per consolarci. Se perdi di poco devi accettarlo, non dovresti avere l’illusione di vincere ma senza una soddisfazione reale. Se dobbiamo giocarla la giochiamo, ma non è che vorremmo…





