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Home NBA

NBA: ancora Steph Curry, ancora con le triple con Miller e Allen

Domenico Landolfo by Domenico Landolfo
27 Gen 2021
in NBA
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curry
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Quando Steph Curry alza la mano sul parquet, molto probabilmente sta provando una tripla. Il tiro dalla lunga distanza è un gesto barbaro, in cui l’improvvisazione deve sposarsi col talento, la preparazione cede il passo all’istinto ed il resto è… storia. Per esemplificare ciò che il #30 dei Warriors ha fatto, basterebbe l’esempio di ieri notte: 30 punti, alcuni confetti depositati dal parcheggio del nuovo Chase Center, la solita nonchalance con cui non solo prende quei tiri, ma soprattutto li manda a bersaglio. Magari la percentuale di realizzazione è solo un numero, ma quando guardi il folletto dagli occhi di ghiaccio di Golden State, tra il tentativo e la riuscita il rapporto è assurdo.

RAY, REGGIE & STEPH: THREE MINDS

La classifica delle triple mandate a bersaglio ha ancora un leader come fino a qualche giorno fa, ossia il buon Ray Allen, che non solo detiene il record, ma tra Boston e Miami ne ha messa anche qualcuna assai pesante, con Lakers e Spurs che potrebbero riferirne a riguardo. Se però al secondo posto – e con un distacco neanche così marcato – c’è Steph Curry, che ha superato Reggie Miller, allora la riflessione è obbligatoria e trovare analogie e differenze è logico e doveroso.

Ray Allen è sempre stato un tiratore che ha aggiunto la sua capacità d’inserirsi in un sistema a quello straordinario talento balistico che aveva mostrato ai Bucks prima e ai Sonics poi. La sua tripla è costruita da un movimento di sistemazione dei piedi esiziale, un rilascio alto e una parabola fluida, di quelle che magari non hanno necessariamente lo sweesh ma che tendono a entrare di prepotenza nel canestro. Per “He Got Game” la tripla è uno strumento di controllo del gioco, uno stato d’animo che si estrinseca in un’affermazione del sè dopo un giusto travaglio preparatorio. Giusto per essere chiari non significa essere una macchina da tre che spara in sequenza e che garantisce automatismo a ripetizione, bensì essere lo strumento di precisione affidabile e capace di eseguire. Non a caso il suo numero di triple è sì elevato, ma parametrato sul numero di tiri che si prendono oggi è tuttavia battibile, specie se dietro c’è questo ragazzino che ha tanta voglia di stupire.

Reggie Miller è invece un giocatore con un tiro meno di squadra e più individualizzato, che costruisce sulla morbidezza degli arti inferiori la parte di spinta del tiro, con un rilascio medio e una parabola molto più dolce. La sua caratteristica, forse che non si rispecchia negli altri due, è quella di essere un giocatore che sapeva reggere il contatto e mantenere la propria meccanica. Di qui che le sue triple sono esplosioni fragorose e dotate di grande peso emotivo, e qui toccherebbe citofonare ai Knicks e ai Lakers per saperne di più. Il giocatore dei Pacers ha comunque il merito di aver letteralmente aperto il campo, aprendo l’attacco a soluzioni innovative in un contesto in cui il tiro da tre era arma di taglio e non di affondo come lo è oggi. Il suo numero di triple appena battuto da Steph è significativo, specie per l’epoca in cui è arrivato.

Steph Curry è diverso. Più simile ad Allen per la capacità di essere inserito nel sistema, più a Miller per la sua capacità di essere un istrionico che tira senza paura nè tentennamento. Forse rispetto ai due rivali, il suo strumento balistico, più imprevedibile e sicuramente meno marcabile – derivante da un talento smisurato – è (apparentemente) meno efficace in partite decisive, anche perchè Curry risente di un gap fisico non trascurabile e deve anche gestire il gioco dal playmaking. Eppure la sua è la tripla più ficcante, quella che fa più male, con una parabola che si alza tanto partendo dal basso o quasi. La sua efficienza, come dimostrato dalla chart di Kirk Goldsberry è massima, l’effetto che ha sulle gare è risolutivo. Un’onda crescente che parte dal tiratore e porta entusiasmo ed energia anche ai compagni di squadra. Di questo passo, il record sarà suo non molto più in là del tempo.

COMPLIMENTI, CONDIZIONI E… MONTA ELLIS

I complimenti che Reggie Miller – con figlio bardato della #30 di GS al seguito – ha riservato a Steph Curry sono andati ben oltre l’atleta. Il giocatore dei Warriors è stato definito un’autentica ispirazione dal suo collega, per come ha raggiunto questo record ma soprattutto per quello che ha fatto, a dimostrazione non solo della stima, ma anche e soprattutto del modus operandi che è il simbolo dei Warriors. A voler essere sinceri una vecchia intervista di TNT aveva descritto con calma e gesso il rapporto tra i due, con i “consigli” di Reggie che catechizzavano un Curry ancora giovane ed inesperto, ma che – nel suo modo di giocare – spiegava già che con un fisico sano e qualche buona annata, i suoi numeri realizzativi sarebbero stati degni dei grandi.

Per quello che poi possiamo definire la cabala, l’ennesimo record arriva nell’anno in cui Golden State va via da Oakland, nell’anno in cui riprende la maglia storica – quella con il dio e la saetta – che fu dell’era di Baron Davis e Jason Richardson prima, di Monta Ellis poi. Appare inverosimile ma l’era “We Believe” che continuiamo a vivere oggi con gli Splash Brothers, sia cominciata dall’era in cui Ellis era il faro realizzativo della squadra, con i tifosi che per protesta avevano disertato il palazzo o indossato la maglia col #18 quando la franchigia scelse Curry cedendo quel giocatore che era simbolo e mito indiscusso. Altri tempi, altre triple, altra NBA…

Tags: Golden State WarriorsRay AllenReggie MillerSteph Curry
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