ACHILLE E PATROCLO
Tutto ruotava, ruota e ruoterà intorno a Giannis e in funzione di Giannis. Sul fuoriclasse greco si possono esprimere tutti i dubbi e le riserve del mondo, ci mancherebbe. Paradossalmente, nonostante sia sulla bocca di tutti sin dalla sua chiamata al Draft nel 2013, Antetokounmpo è ancora sufficientemente giovane per progredire nella propria impressionante evoluzione fisica, tecnica e tattica. Il diamante nelle mani dello staff Bucks proviene dalle botteghe più pregiate, ma è in grado di brillare come pochi altri. Se poniamo anche l’aspetto umano sotto la lente di ingrandimento, ci accorgiamo che il retroterra culturale e famigliare di Giannis ci consegna una gemma di inestimabile valore, in grado di essere fedele alla parola data e di riconoscere con gratitudine chi ha saputo scommettere su un gracilissimo ragazzo proveniente dalla serie A2 greca. Badate bene: il contratto quinquennale da duecentoventotto milioni totalmente garantiti firmato in estate farebbe affermare anche al sottoscritto che la Terra sia piatta, l’Australia inesistente e Pac-man governi il movimento sul nostro pianeta.
Giannis vuole andare oltre a mere questioni economiche: vuole vincere coi Bucks, perché senza di loro potrebbe trovarsi insieme agli amati fratelli a dividere pasti frugali tra un calzino venduto ai mercati di Atene e un pasto frugale preparato dalla madre tuttofare. Facile dire che, su un campo da basket, uno come lui non si sia mai visto: le leve lunghissime gli consentono di correre il campo, con e senza palla in mano, con una facilità e strapotenza abbacinante; l’impegno e la costante applicazione in entrambe le metà campo (cosa non affatto scontata se si pensa a campioni del suo status) sono encomiabili e contagiose per l’animo dei compagni; col passare degli anni, Giannis sta assumendo sempre più costantemente capacità gestuali e comunicative del leader tecnico ed emotivo della squadra, consapevole del peso atlantico caricato sulle proprie spalle.
L’NBA è un particolare microcosmo dove, alla pari del patronimico greco, un nickname che corredi nome e cognome posti sul documento d’identità è in grado di elevare il grado e la considerazione nella società. Bene: qualcuno mi sa dire quale sia quello affibbiato a Khris Middleton? Nessuno? Non siete gli unici. Snub. Anche qui. Oscurato dalle prestazioni monstre di Antetokounmpo, la guardia di Charleston è da sempre contornata da un alone di scetticismo. Middleton, sin dai tempi di Texas A&M, è considerato il perfetto giocatore di sistema ma mai realmente in grado di compiere il definitivo salto di qualità. Se sulle sue doti di tiratore non si pone alcuna discussione, l’incapacità di progredire fisicamente e il carattere soft dei suoi highlights non l’hanno di certo reso il giocatore più spettacolare della Lega. Il classico giocatore per cui bisogna andare oltre percentuali e statistiche di ogni genere, il cui potenziale è messo al servizio di un talento maggiore. Il secondo violino dei tuoi sogni, che paradossalmente ha raggiunto l’apice della propria popolarità in termini cestistici e mediatici quando Giannis ha dovuto rinunciare alle ultime gare della serie contro gli Heat in quel di Disneyland.
Prima che possiate aprire un’altra scheda sul vostro dispositivo per andare a controllare come mai non avete sentito il suo nome collegato al chiacchieratissimo All Star Game in programma questo fine settimana ad Atlanta: no, non lo troverete. Nonostante abbia raggiunto i migliori dati statistici per efficacia della sua carriera, segnale di una costante crescita con e per the Freak, mai così chic da quando è in America, l’acquario di guardie della Eastern Conference è popolato da squali troppo feroci per l’anguillesco Khris. Il contratto è di quelli pesanti, che richiedono dimostrazioni effettive sul parquet. Chi scrive, per una spalla del genere, firmerebbe col sangue.





