Quando i professori dei tuoi corsi hanno stilato il calendario dei vari appelli della sessione estiva, evidentemente non c’erano appassionati di basket americano tra di loro. Evidente. Esami posti tassativamente la mattina dopo di una gara delle Finals. Neanche lo avesse ordinato il dottore. Milwaukee Bucks – Phoenix Suns, game 6, non fa eccezione. Storia Romana incombe, con la sua infinità di leggi, imperatori e battaglie da ricordare per non sfigurare. Vorresti essere da qualsiasi parte nel mondo, magari proprio al Fiserv Forum (o appena fuori, tanto l’atmosfera non pare cambiare molto), tranne che in camera tua a pregare che non ti chieda lo scontro del Lago Regillo o cosa riguardasse la lex Ogulnia. Cosa fare, allora? Tra chat WhatsApp e bacheche social, è impensabile riuscire a mantenere l’impermeabilità totale da qualsiasi spoiler o anticipazione sul finale. La combo ripasso – partita porterebbe probabilmente a un collasso del sistema nervoso. Accontentarsi dei tristissimi highlights della mattina dopo, gustati tra un bicchiere di succo e i biscotti? A mali estremi, estremi rimedi.
BATTAGLIA CAMPALE
Prima azione: stoppatona in recupero di Giannis e coast to coast con appoggio al tabellone dall’altra parte sverniciando DeAndre Ayton. Poco carico, il nativo di Sepolia. Il volume del telefono è al minimo, di là c’è tua mamma che sta ancora dormendo. Svegliarla è l’ultima cosa che ti augureresti per iniziare al meglio una mattinata di esame. Nonostante il sussurro dei telecronisti ESPN, lo percepisci che l’aria nell’arena dei Cervi è diversa. Elettrica ed elettrizzante. La riscoperta del fattore campo, dopo oltre un anno di forzata assenza dei tifosi a palazzo, è uno dei tanti aspetti che ricorderemo di queste NBA Finals. Per quanto criticabili, per quanto ridicoli e patetici una volta inquadrati, non possiamo non invidiarli. Pagheremmo oro, per essere al posto loro. E invece no. Tiberio Sempronio Gracco propose la deposizione del collega Marco Ottavio…
30 secondi di video sono occupati quasi interamente da movimenti, ball handling ubriacante e triple “ignoranti” alla Basile di tale Cameron Payne. Sì, quello che dopo due allenamenti al primo Summer Camp era stato ritenuto non all’altezza di giocare tra i professionisti. va bene, non saper leggere la sfera di cristallo, ma qui si esagera. Gli anni di peregrinazioni tra OKC, l’allora Developement League e i Bulls prima di approdare in Arizona. La scorsa, un’annata passata colpevolmente sottotraccia. Questa, espressione massima del cambio di ritmo e freschezza dalla panchina nei momenti concessigli da coach Williams per far rifiatare il quintetto titolare. Sapendosi anche adattare all’inconsueto e ingombrante ruolo da primo protagonista quando CP3, tra infortuni e gestione delle ormai 36 primavere, ha dovuto abbandonare temporaneamente il palcoscenico. In questa serie, complice anche qualche acciacco di troppo, Cameron è andato a corrente alternata. Ma, come una dynamo, sa accendersi da un momento all’altro. In gara 6, anche lui non può mancare all’appuntamento. Si conosce come “quinquennio neroniano” il periodo…
Non lo vedi. Ma lo senti. Non è uno da highlights. Ma servono tremendamente uomini come lui sul parquet. I video di 10 minuti non rendono minimamente conto della complessità di una partita. Rendono illuminanti partite indegne, mostrandone esclusivamente i tratti più smaglianti. Difficilmente si vedono su YT compilation di scivolamenti laterali perfetti, maniacali rotazioni sul perimetro, impeccabili comunicazioni riguardanti angoli di blocco e tagli dietro la schiera difensiva. Lasciamo che la scena se la prendano gli altri. Ma se una franchigia è stata disposta a ipotecare praticamente in toto il suo prossimo futuro per ottenere le mie prestazioni, qualche motivo ci sarà. Non lo vedi. Ma lo senti. Per tutto questo, Jrue Holiday.

Blocco alto di Ayton. Si passa a sinistra, svoltando appena dietro la schiena del cristone bahamense dal sangue nigeriano per tornare verso il centro del campo. La difesa ha mani e gambe lunghe, lunghissime. Ma quel movimento sfugge a ogni regola della fisica. Snake (no, Kevin, non stiamo parlando di te). Un boa, tanto sinuoso ed elegante quanto spietato e mortifero. Chris Paul ci delizia così dal 2006, anno di ingresso nella Lega in maglia Hornets. Come il classico tir a gir di Del Piero. Lo sai che farà quel movimento, è palese. Sai anche che è relativamente facile negarglielo. Eppure, lui lo farà. Due punti a referto per i Suns. Dopo la partita, CP3 è tutt’altro che deluso. È incazzato. Vive il rimpianto di essere andato così vicino al traguardo che rincorre da quindici anni. Che sia Phoenix o una qualsiasi delle altre 29 franchigie. Ma un anno soltanto non è sufficiente. Qualcuno gli dia quel maledetto triennale da 100 milioni. Sicuri che, fino all’ultimo possesso, sappia insegnare qualcosa a compagni, avversari e appassionati. Nelle vittorie e, a maggior ragione, nelle sconfitte. L’orazione, pronunciata dall’Arpinate nel corso del…
È da solo in punta, con metri di spazio. La difesa Suns lo ha battezzato costantemente. Tenace, testardo, incrollabilmente fiducioso nei propri mezzi, Bobby si prende quel tiro. E lo mette. Una rivincita personale, la sua. La sicurezza che ammanta ogni suo aiuto aggressivo in difesa, ogni gomitata a rimbalzo, ogni blocco granitico portato ai tiratori è figlia di una rinascita. Solo, depresso, senza squadra. A novembre 2020 l’orizzonte cestistico di Portis non è dei più sereni. I Bucks gli concedono un’opportunità: nel peggiore dei casi, è un minimo salariale sprecato, tempo di tagliarlo e la situazione si risolve facilmente. Nessuno ha fatto i conti col bistrattato Bobby. Con ancora impressa nella memoria la scazzottata con Mirotic, la reputazione di Portis non lo garantiscono come uno su cui contare a occhi chiusi. Lui, insieme al compagno di bevute Pat Connaughton e al collezionista di scarpe PJ Tucker, ha saputo tenere da solo alto il vessillo della panchina Bucks (non ce ne volere, caro Jeff Teague: in questo contesto, non sei considerabile all’altezza) dopo l’infortunio al tendine sinistro di “Big Ragù”. Pompeo Magno, grazie ai poteri straordinari conferitigli…
Tripla dall’angolo. Stoppata in aiuto. Tripla dalla punta. Protagonisti in rapida successione: Mikal Bridges, Jae Crowder e Cameron Johnson. La profondità e la versatilità del roster dei Suns hanno permesso alla banda di Monty Williams di saper proporre continui aggiustamenti e modifiche al piano gara grazie alla duttilità di protagonisti poco celebrati ma tremendamente utili. Un esempio? I minuti di onnipotenza cestistica di Frank “the Tank” Kaminsky a cavallo tra terzo e ultimo quarto. A simboleggiare quanto il lavoro del coaching staff dei Soli dell’Arizona (chapeau anche al nostro Rick Fois) abbia saputo preparare anche chi era dotato del minor minutaggio ad affrontare la contesa ai suoi livelli più alti. Non è bastato, ma lo sforzo è encomiabile. Per davvero. Il 367 a.C. viene ricordato principalmente per…
IN ALTO I VESSILLI
Inizio terzo periodo. I due attacchi paiono per un attimo latitare. Poi, nel giro di un attimo, inchiodata poderosa da una parte e gancio mancino vellutato dall’altra. I big men all’opera, in un contesto cestistico che tende a sottolinearne sempre di più i difetti piuttosto che esaltarne le peculiarità. Brook Lopez è stato nelle scorse stagioni, in questa annata e in questa stessa serie il capro espiatorio di tutte le difficoltà di adattamento di Milwaukee all’utilizzo di una difesa più moderna. Con la drop non si va più da nessuna parte, quelli ti puniscono dal midrange. Se non cambi su ogni blocco sei morto. Vero, Booker e Paul hanno sovente approfittato della tasca formatasi tra il gemello dai capelli corti e il marcatore bloccato. Brook, però, non ha sfigurato. Anzi. In quella schiacciata si percepisce la liberazione di un peso. Di una tensione, dovuta all’accumulo di critiche troppo spesso ingenerose. DeAndre Ayton, d’altro canto, può rappresentare al meglio il sentimento generale che aleggia in casa Suns. Innegabile: col passare della serie e la mancanza di un’effettiva riserva, Ayton ha mostrato chiaramente segnali di stanchezza e scarsa lucidità, forse più fisica che mentale. Tralasciando la stoppata subita dal Freak in gara 4 (qui parliamo di qualcosa di sovrumano…), DeAndre è parso sempre più col fiatone nel contenere le penetrazioni del #34e garantire nel contempo adeguate garanzie in aiuto e la consueta mobilità in attacco. Ma questi Playoff e, in parte, la serie finale, hanno portato a una rivalutazione in positivo della scelta compiuta in sede di Draft dal board dell’Arizona. Quella #1 non suona più così sconvolgente. Se tanto ci dà tanto, nel corso degli anni lo suonerà ancor meno. Augusto decise di creare il collegio dei seviri augustales…

La narrativa di Batman e Robin è tornata in auge, mai come quest’anno. Tante coppie nelle quali la spalla era chiamata a sacrificare parte della propria visibilità per raggiungere traguardi ancora più ambiti. Come dice il buon Cremonini, nessuno vuol essere Robin. Khris Middleton ha svestito i panni dell’aiutante per ergersi al livello dei più grandi. Fateci caso: il game winner in gara 1 contro gli Heat; la formidabile gara 7 contro i Nets; le prestazioni monstre in assenza di Giannis per chiudere la contesa con Atlanta. Ogni bivio dei playoff Bucks, ogni svolta decisiva portano la sua firma. Gara 6 non poteva essere da meno: rimessa perfetta disegnata da Bud, e canestrone for the ages del prodotto di Texas A&M. quanto sono lontani i tempi in cui scaricava per il marcato DiVincenzo. Da grandi (e nuovi) poteri, derivano grandi (e nuove) responsabilità.
“Complimenti, ragazzi. Ve la siete proprio meritata!”. “Grazie a Monty ho portato la squadra alla vittoria. Solo grazie al mio continuo confronto con lui ci siamo elevati”. Le dichiarazioni valgono più della mera circostanza. Mai come quest’anno si sono potuti notare nel corso delle partite continui scostamenti dagli schemi e dalle tattiche adottati nelle uscite precedenti. Una partita a scacchi dalle mosse più o meno attese, giocata sul filo del rasoio. Ne è uscito vincitore quello considerato più ancorato ai propri principi, giudicato ottuso rispetto a un gioco “da regular season”, che ha avuto il coraggio di abbandonare i propri fondamenti difensivi (vedasi drop coverage/switch, seppur con risultati alterni). Lo sconfitto, per il quale i propri giocatori sarebbero disposti a gettarsi nel fuoco, gratificati e stimolati come solo il miglior padre saprebbe fare, non uscirà sicuramente ridimensionato dal confronto. Semmai, alla sua prima esperienza alle Finals, saprà fare tesoro degli errori e delle migliorie da apportare per riportare i Suns agli stessi traguardi anche nelle prossime campagne. Grazie, Mike Budenholzer e Monty Williams. Imperatori risiedenti a Roma, ingiustamente sottovalutati rispetto ai trionfi celebrati ai generali cui viene affidato il potere sul campo.

Non sono rimasti che loro due. Stelle più luminose del firmamento NBA. Su di loro si è scritto e raccontato di tutto. Dalle difficoltà personali e tecniche affrontate prima di arrivare qui. Ciò che impressiona di più delle loro performance è che siano infinitamente somigliate a quelle di un tale passato anche dalle nostre parti. Al momento della sua morte, nella maggior parte dei casi a sproposito, tutti hanno iniziato a parlare di lui come fonte di ispirazione, come modello da emulare e imitare per rinfocolare la passione per la pallacanestro. La realtà? Pochissimi sono capaci di sostenersi su quel sottile filo tra ossessione e adrenalina che sgorgava dai suoi polpastrelli. Loro due ti hanno saputo onorare al meglio, Kobe Bean. Be Legendary, Devin: per te ci saranno infinite occasioni per mostrare a tutti il tuo immenso talento, a partire dalle imminenti Olimpiadi. “Kobe… This is for you!”. Ok, forse la nostra immaginazione è offuscata da dichiarazioni di lebroniana memoria. Ma non ci avrebbe sorpreso più di tanto sentir pronunciare queste parole di chi, sui social, aveva raccolto la sua sfida come una missione da portare a compimento. Che dire, Giannis? Ce l’hai fatta. Ora tutti i fratelli Antetokounmpo hanno un anello al dito. Il concilio ecumenico di Nicea, presieduto da Costantino nel 325…





