HomeNBAL'NBA si espande e ragiona su un ridimensionamento delle division

L’NBA si espande e ragiona su un ridimensionamento delle division

L’NBA si prepara a compiere un passo storico: dopo oltre vent’anni dall’ultima espansione — i Charlotte Bobcats, oggi Hornets, nel 2004 — la lega è pronta ad accogliere due nuove franchigie. Secondo quanto riportato da Shams Charania di ESPN, il board of governors voterà sull’espansione verso Las Vegas e Seattle, con l’obiettivo di partire dalla stagione 2028-29. Una volta approvata, la riorganizzazione delle conference sarà inevitabile, con una franchigia della Western Conference — probabilmente i Memphis Grizzlies, in alternativa i Minnesota Timberwolves — destinata a trasferirsi a Est.

Ma c’è un tema più ampio che l’espansione porta con sé, e che Eric Pincus su Bleacher Report solleva con forza: le divisioni NBA non hanno più senso e andrebbero eliminate del tutto.

La geografia delle divisioni è un controsenso

Già oggi la suddivisione in divisioni presenta incongruenze evidenti. I Portland Trail Blazers sono più vicini all’Oceano Pacifico dei Phoenix Suns, eppure sono questi ultimi a far parte della Pacific Division. I Minnesota Timberwolves sono inseriti nella Northwest Division, ma con l’arrivo di Seattle, la nuova franchigia sarà significativamente più vicina a Golden State e Sacramento rispetto a Minnesota.

E non finisce qui: i Detroit Pistons sono geograficamente più vicini ai Toronto Raptors che ai New York Knicks. Oklahoma City non è né a nord né a ovest, nonostante la collocazione nella Northwest Division. Dallas dista circa tre ore di auto da Oklahoma City, ma circa sette ore e mezza da New Orleans, sua compagna nella Southwest Division.

Le attuali conference presentano veri e propri controsensi geografici. Per correggere il tiro e spostare a Est squadre come Memphis, Minnesota o New Orleans, servirebbe espandersi ulteriormente a Ovest. Se ne riparlerà, ma non in questo decennio.

A cosa servono davvero le divisioni?

Attualmente le divisioni vengono utilizzate principalmente per due scopi: la costruzione del calendario e lo spareggio nel seeding playoff. Sul fronte del calendario, con 32 squadre si potrebbe passare a un sistema con 10 avversarie di conference affrontate tre volte e cinque affrontate quattro volte, senza bisogno delle divisioni per organizzare il tutto.

Per quanto riguarda i playoff, la lega ha già ridimensionato il peso delle divisioni. Prima della stagione 2015-16, vincere la propria divisione garantiva un piazzamento tra le prime quattro teste di serie, anche con una percentuale di vittorie inferiore. Oggi il risultato negli scontri diretti ha la priorità rispetto al rendimento divisionale. Le divisioni intervengono solo come ulteriore criterio di spareggio in casi molto specifici, un ruolo troppo marginale per giustificarne l’esistenza.

Pincus elenca i motivi per cui l’NBA dovrebbe abolirle:

  • Sono un retaggio del passato
  • Costringono la lega in raggruppamenti geograficamente illogici
  • Aumentano le distanze di viaggio
  • Il loro utilizzo come criterio di spareggio non è abbastanza rilevante
  • Non servono a creare rivalità — alcune delle migliori, come Lakers-Nuggets, non hanno nulla a che fare con le divisioni
  • Non semplificano il lavoro di chi costruisce il calendario

Senza divisioni, il calendario NBA, il seeding playoff e la vita quotidiana della lega non cambierebbero in modo sostanziale. I benefici si vedrebbero nella riduzione dei viaggi e in una semplificazione generale di un sistema già di per sé complesso. E a quel punto, suggerisce Pincus, la domanda successiva sarebbe ancora più radicale: servono ancora le conference?

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