A nemmeno una settimana dall’annuncio del ritiro, torniamo a parlare di coach Popovich e della sua influenza sul gioco che tutti noi amiamo. Lo facciamo grazie alle parole di Ime Udoka (per molte stagioni fedele allievo di coach Pop), il quale si è concesso in un’intervista a The Athletic dopo la vittoria in gara 6 dei suoi Rockets, su cui c’è stato anche lo zampino di Pop.
La chiamata di venerdì sera
Ime Udoka era ben consapevole già da tempo del futuro a cui sarebbe stato prossimo l’ormai ex allenatore degli Spurs, motivo per cui quando ha letto il nome del proprio mentore sullo schermo del proprio telefono venerdì sera – qualche ora prima di gara 6 – era convinto che avrebbe chiacchierato del ritiro, visto che la notizia era diventata di dominio pubblico. Invece non è stato così.
In pieno stile Pop, fra i vari ricordi delle tante panchine condivise, la leggenda degli Spurs non ha perso l’occasione di parlare di Xs & Os (termine con cui in America si riferiscono a tattiche/schemi) con Udoka.
E tant’è: Houston Rockets 115, Golden State Warriors 107.
Houston ha poi perso la serie in gara 7 sotto i colpi di Curry e Hield, ma quello su cui vogliamo concentrarci noi è l’influenza che ha avuto un personaggio come Pop, che ha smesso sì di allenare ma non di essere un allenatore.
Da cosa nasce cosa
Udoka è solo uno dei numerosi allenatori formati da Pop (Steve Kerr, Mike Budenholzer, Becky Hammon, Mike Brown, James Borrego, Will Hardy) e con lui si è formato da subito un legame speciale, capacità che in realtà contraddistingue coach Popovich. É stato proprio quest’ultimo a convincere l’attuale allenatore dei Rockets a darsi alla carriera da allenatore, rinunciando agli ultimi contratti da giocatore che un veterano forte di diverse stagioni in NBA avrebbe potuto strappare, portando a casa gli ultimi soldi col basket giocato.
Se oggi Ime Udoka è un coach rispettato in NBA, lo deve – anche – a una chiacchierata avvenuta nell’estate del 2012, tra le gradinate semi-deserte della Summer League di Las Vegas. Udoka era lì per seguire due suoi ragazzi dell’AAU (Terrence Ross e Terrence Jones), entrambi appena selezionati al Draft. Ma Popovich, suo allenatore all’epoca, aveva altri piani:
Pop mi tira su per un braccio e mi fa sedere in alto, lontano da tutti. ‘Jacque Vaughn sta per andare a Orlando, ho un posto libero. Voglio che tu ci pensi seriamente’
Una proposta del genere da parte di Popovich, è più un’investitura che un’offerta. E Udoka lo sapeva bene, motivo per cui un paio di settimane dopo accettò l’offerta del coach, con cui vinse poi il titolo del 2014 e la medaglia d’oro a Tokyo con Team Usa.
Dopo l’esperienza con gli Spurs, Udoka è approdato a Philadelphia e Brooklyn prima e a Boston poi, dove ha ricoperto per la prima volta la carica di primo allenatore. Una delle prime chiamate fatte è stata quella a Pop ovviamente, il quale però ha dovuto riattaccare poiché non riusciva a trattenere la commozione, come ha raccontato proprio Udoka.
L’assist nascosto di Pop
Dire se Houston abbia davvero applicato i consigli di Pop e sapere in cosa questi consistessero è impossibile, se c’è una cosa che abbiamo imparato in queste 29 stagioni di attività di Popovich è che quello che succede sotto la sua ala, resta sotto la sua ala.
Forse hanno parlato della zona che ha limitato in parte Steph Curry, forse dell’uso del doppio lungo che ha permesso a Steven Adams di fare una super gara “solo seguendo il game plan”. O forse niente di tutto questo. Forse in quella chiamata è bastata la carica emotiva che una figura del calibro di Popovich da a tutti, tanto più ai suoi allievi.
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Quello che rimane in ogni caso è la scintilla negli occhi dell’allenatore dei Rockets quando racconta della chiamata col suo mentore, è la maglietta con la faccia di Pop che sia Udoka che Kerr indossavano per rendere onore al coach che li ha formati. É tutto quello che questo allenatore significa per il gioco, come si evince anche dalle parole proprio di Steve Kerr:
Pop è una delle persone più importanti della mia vita. Non solo per il basket. È un giorno emozionante per tutti noi. È un momento di transizione, ma anche una possibilità per lui di prendersi cura di sé.
Le parole di Kerr sono solo l’ultima ed ennesima testimonianza dell’importanza che ha avuto la figura di Gregg Popovich, allenatore più vincente della storia dell’NBA, con un impatto che va ben oltre il campo.





