NBA DREAM BIG (TEAMS), BUT HOW WE BUILT IT?
Se tutte le considerazioni esposte con le squadre zeppe di All Star sembrano essere solo la critica ad un sistema di chi può rosicare, la verità è che è il sistema NBA a permettere questo, senza regole certe, o meglio con norme aggirabili ad arte. Quando lo spot invitava gli appassionati a “sognare in grande”, di certo era ispirante, ma allo stesso tempo invitava a lavorare sodo. E’ decisamente un sogno una squadra fatta solo di stelle, ma una cosa è raggiungerla con trade eque che ti tolgono qualcosa per darti altro, altro è usare il canonico “mezzuccio” di contratti al minimo con giocatori che meritano altro cachet. Se pensiamo alle prime costruzioni di squadre dell’era moderna, i Boston Celtics del titolo 2008 avevano integrato con le trade Ray Allen e Kevin Garnett, ma la base della squadra con i Rondo, i Pierce, i Davis e compagnia era stata già costruita e scelta al draft. I loro stessi rivali dei Lakers, avevano sì preso Pau Gasol, ma avevano dovuto penare con Memphis. Per non parlare di San Antonio che aveva cresciuto e svezzato in casa i suoi big three Parker, Ginobili e Duncan e li aveva portati all’apice, aggiungendo anche in corsa Kawhi Leonard, scelto al late draft tra l’altro. Idem dicasi per i primi OKC di KD, RW0 e del Barba, seppur perdenti.
Già il destino di Miami ha invertito la tendenza, con LeBron e Bosh che erano arrivati alla corte di D-Wade al termine di vere e proprie Blockbuster trade che non avevano dato granchè a Cleveland e Toronto, ma questo è opinabile ma accettabile. Il ritorno del re a Cleveland è forse l’attraversamento del Rubicone, con un inizio di quelle che sarebbero trade farlocco che di fatto servono solo a una formazione. Eppure si criticava – e la mossa dei Cavs era una “risposta” – il dream team di Golden State, che aveva addizionato sì Durant al proprio roster, ma aveva scelto e coccolato Curry, Thompson e Green, che già da soli rendevano competitivi i Warriors. Di qui in poi è stato un crescendo di trade abbastanza equivoche, con giocatori che cambiano maglia con maggiore frequenza dei celeberrimi Calderon e Ridnour, con lo “sfruttamento” degli ultimi anni di contratto, con roster ristrutturati ad arte e simili marchingegni.
E’ davvero un gioco pulito? Gli esempi di Brooklyn e Lakers suggeriscono di no, urge una riflessione e una maggiore attenzione. Sfugge come mai la NBPA, che tanto ha battagliato per protocolli e riduzione delle partite non sia scesa in campo. Sfugge come una lega che punisce il tampering con grande fiscalità si faccia abbindolare da queste trade fantoccio, che possono essere magari giustificate economicamente, ma che di fatto falsano la competizione in corsa. Sfugge come un commissioner che si è battuto per evitare le “sedute programmate” di giocatori in determinate sere, possa non dire nulla rispetto a giocatori che – senza un valido motivo – spariscano dalle rotazioni di una squadra che immancabilmente perde una serie inenarrabile di gare. Cosa si può fare per ristrutturare un gioco che ad oggi appare malato, e non certo per il covid?





