Da ragazzino Ricky giocava nel Monkey’s, una piccola ma bellissima fucina milanese di talenti purtroppo scomparsa, e già si intuiva lo straordinario potenziale. Ma… Ad un provino qualcuno dell’Olimpia lo scartò, perché, dissero, “ha i pedi piatti”. Come non fecero a vedere il suo fulmineo “uno contro uno”, altro che piedi piatti, rimase un mistero. Che per molti anni successivi suscitò la pungente ironia con la quale i selezionatori dell’Olimpia venivano definiti “i ciechi di Milano”. Poiché Ricky lo prese al volo l’Auxilium Torino, titolare in prima squadra a 17 anni, ancora juniores, dove sotto le cure del professor Dido Guerrieri si andava profilando una delle trasformazioni più spettacolari mai viste nel basket italiano: da golden boy dal “trentello” facile, attaccante impressionante, a miglior difensore del campionato italiano, totalmente dedito alla squadra. Qualità di cui godrà appieno la Virtus Bologna…
Nel 1987 Ricky fu scelto dagli Atlanta Hawks (il secondo italiano dopo Dino Meneghin su cui gli americani avevano messo gli occhi), ne conservò la maglietta con il suo nome sopra e il cappellino, ma erano altri tempi e lui preferì vincere 4 scudetti e 1 Coppa dei Campioni (Eurolega) con la Virtus Bologna, 1 Coppa Italia con la Scaligera Verona (con Alberto Bucci allenatore, che ritroverà a Bologna) e anche una Supercoppa italiana (sempre Virtus). Durante l’epopea bolognese con lui in campo c’era gente come Danilovic, Rigaudeau, Savic, Nesterovic, Brunamonti, Coldebella, Abbio, Carera, Moretti, Crippa…
Lui la sera all’allenamento spaccava i maroni a tutti, e dopo si ritirava in solitudine a suonare il sax, per scaricare furore e adrenalina, declinando in jazz i suoi impeti generosi e e la vena artistica.
Proverbiali i suoi scontri con Sasha Danilovic, accusato di troppo egoismo e poco rispetto per la squadra. Non aveva proprio paura di nessuno, Ricky, nè in campo, ai tempi contro di lui vedeva i sorci verdi perfino Oscar Schimdt, la “metralladora” brasiliana, e nemmeno fuori dal campo…
A quel tempo di lui ci disse Ettore Messina:
E’ un martello. Mi da il tormento! Mi accusa continuamente, lui che gioca esterno, del fatto che diamo pochi palloni “dentro” a Bill Wennington.
Che poi Ricky aveva quasi sempre ragione, poiché Wennington, il canadesone di 213 centimetri e una notevole velocità di base non era certamente l’ultimo della pista, con la Nba tra Dallas, Sacramento e soprattutto con i 3 anelli vinti a Chicago con i Bulls di Michael “Air” Jordan. Infatti, quell’anno (1993) bastò spostare Wennington in ala forte ed inserire Carera come centro puro e fu scudetto a mani basse.
Lui e Danilovic erano impossibili, due tori che si scontravano e incornavano continuamente – ci raccontava allora e sempre Ettore Messina – E qualche volta continuavano anche fuori dallo spogliatoio, al punto che dovevo girare l’angolo e far finta di non vedere… Di sicuro i loro scontri stavano sputtanando gli allenamenti. Così una sera entrai deciso nello spogliatoio, altrettanto deciso a prendere quei tori per le corna. Voi due, Sasha e Ricky, è ora che la facciamo fuori, soprattutto che voi la facciate finita… Fui subito interrotto da Morandotti: ma coach, cosa stai dicendo? Cosa sei, scemo o ubriaco? Mai stati così bene insieme, noi due. E il serbo che scuoteva la testa, alternativamente, in approvazione di Ricky e disapprovazione nei miei confronti.
Adesso Ricky ha un’azienda, la Myako Style che produce sneakers molto originali, anche con misure molto grandi, fino al 56, ed è già sbarcata anche sul mercato americano… Forse Ricky potrebbe convincere suo cugino Steven ad abbandonare le ciabatte.




