Emotivamente si è parlato sempre, tornando al discorso degli italiani a Milano, che l’Olimpia ne abbia “bruciati” tanti. Qual è il livello di pressione e stress in una squadra di Eurolega, che va in campo molto spesso obbligata a vincere? Quanto è faticoso gestirlo quando le cose vanno meno bene?
Milano, a livello di pressione, è insieme a Bologna la favorita per Coppa Italia e Scudetto. In questi anni, giocando ad alti livelli, giocando in una squadra così blasonata, chi firma a Milano sa che il livello di pressione è altissimo. Prima della firma sai a cosa vai incontro. Ci sono momenti, durante la stagione, dove puoi andare in difficoltà: capita a tutti, in qualsiasi squadra. Il fatto di poter giocare così spesso può aiutare: dover preparare subito mentalmente la partita successiva e abbandonare il negativo del periodo precedente ha anche aspetti positivi. Penso di aver fatto bene a Milano, sia come minuti che come continuità di gioco, sia in Eurolega che in LBA. Essere in un roster di 16-17 non è facile per gestire la pressione che ha in te, per te, quando giochi: ci tieni a fare per te stesso, e in più si aggiunge il carico di pressione esterna.
Senza entrare nei particolari tecnici, dai social si è percepito tanto appoggio dai tifosi di Milano e non solo che si sono sentiti toccati per una sentenza parsa sin da subito eccessiva. Ci racconti quanto è stato difficile umanamente il percorso giudiziario nell’ultimo anno?
All’inizio l’ho presa davvero con leggerezza: non avendo mai avuto a che fare con questi episodi, non avendo mai sentito nessuno direttamente ho sempre pensato “Risolviamo questo problema, non ho nulla da nascondere. Tornerò a giocare presto”. Settimana dopo settimana ho visto che il procedimento era lunghissimo, ogni giorno venivano fuori cose diverse. Non capivo neanche i motivi per cui venissero fuori cavilli burocratici, norme, passaggi tipici dell’antidoping. Mentalmente sono sempre stato sereno: chi mi ha seguito nel primo periodo mi chiedeva come stessi, ho risposto a tutti perché non c’era niente da nascondere. Anche quando ho iniziato a raccontare e a spiegare cosa mi stesse accadendo, sui social, ho ricevuto tanto sostegno. Devo ringraziare tutti coloro che non mi conoscono: quelli che mi conoscono lo sapevano già che non avrei mai raccontato cavolate per giustificarmi, gli altri hanno percepito un ragazzo pulito e sano. Mi fa molto piacere perché hanno capito chi sono anche senza conoscermi direttamente.
Dal punto di vista istituzionale ti sei sentito supportato dalla FIP, dall’Olimpia? Oltre al calore umano del pubblico, chi poteva e doveva tutelarti in quanto tesserato l’ha fatto?
Matteo Comellini e la Federazione mi hanno aiutato; Milano, come detto nel comunicato, hanno preso un po’ le distanze per capire cosa ci fosse stato. Mi hanno scritto tutti i compagni per sapere, mi hanno chiamato e chiesto. Umanamente devo ringraziare i miei vecchi compagni e chi mi è stato vicino.
Questo nuovo inizio con la Reyer da cosa è dipeso? Cosa ti ha fatto scegliere Venezia?
Mi ha fatto grande piacere che sin da subito sono stati molto diretti e chiari nell’esprimere quello che pensavano: avere un progetto e un’idea che mi coinvolgesse, il potere essere un giocatore importante per questa squadra, che la Reyer ha spinto e voluto avere. Dopo tanti mesi di difficoltà è una cosa che mi ha fatto molto piacere: Venezia è una grande società del nostro basket, ha vinto negli ultimi anni Scudetti e Coppa Italia. Vuole fare sempre bene: non ci ho messo molto a dire di sì.
Anche la Reyer stessa è all’inizio di un processo: il gruppo si è sfaldato, una nuova pagina è da scrivere. Anche favorita dalle vittorie, l’idea è quella comunque di una certa continuità, dettata dalla risoluzione di problemi interni con una certa logica. Ragionandoci, pensi di poter essere una parte della Reyer anche nel futuro, per quello che sarà essere il nuovo ciclo?
Per la mentalità dimostrata negli ultimi anni, Venezia è una società che crede molto nei giocatori che firma. Ha una base molto solida di italiani in cui investe, penso che sia un nuovo ciclo ma la mentalità della Reyer non è mutata. Questo fa bene a tutti nella società: penso di essere arrivato nel posto giusto al momento giusto, spero di fare bene qui e poter rimanere tanto tempo.
