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Sale stampa vuote: episodi incresciosi in Eurolega

L’immagine delle sale stampa vuote in Eurolega racconta meglio di tante analisi il rapporto ancora fragile tra la massima competizione continentale e il mondo dell’informazione. Negli ultimi mesi tre episodi diversi – protagonisti Pedro Martínez, Vassilis Spanoulis ed Ergin Ataman – hanno acceso un faro su una contraddizione evidente: da una parte una lega che ambisce a essere la migliore d’Europa, dall’altra conferenze post‑gara senza giornalisti, in mercati considerati chiave per la crescita del prodotto.

Tutto parte da Parigi, dove Pedro Martínez, allenatore di Valencia, si presenta in sala stampa dopo una partita di Eurolega contro il Paris Basketball e trova letteralmente il vuoto. Nessuna domanda, nessun cronista, nessun microfono alzato. La scena dura pochi istanti, ma basta perché il video diventi virale e divenga un piccolo simbolo del rapporto freddo tra il basket d’élite e l’interesse mediatico francese. La sensazione è quella di un cortocircuito: un club in crescita, in una grande capitale europea, che però non riesce a generare nemmeno quel minimo di attenzione tradizionale che passa, da sempre, attraverso le domande dei giornalisti.

Pochi giorni fa, la storia si ripete – con sfumature diverse – a Monaco. Vassilis Spanoulis, alla guida dell’AS Monaco, arriva davanti ai tavoli della conferenza stampa dopo un netto successo contro il Bayern Monaco e si trova davanti una sala quasi deserta. Il coach greco sceglie l’arma dell’ironia pungente, “arrostendo” a modo suo l’assenza dei media e trasformando la conferenza in un momento di critica, più che di analisi tecnica della partita. Il messaggio implicito è chiaro: una squadra costruita per competere ai massimi livelli europei non può essere ignorata a questo modo nel proprio palazzetto.

 

​A dare una cornice più ampia al fenomeno è Ergin Ataman, che già in precedenza aveva vissuto una situazione simile, sempre in Francia. Il tecnico del Panathinaikos ha ammesso che era la prima volta in carriera che gli capitava di presentarsi in conferenza stampa senza trovare giornalisti ad attenderlo. Da lì è nata una riflessione più profonda: se davvero l’Eurolega vuole competere con la futura NBA Europe, non può prescindere da un ecosistema mediatico forte, curioso e presente, soprattutto nei mercati dove la lega punta a crescere di più.

“In Eurolega ci sono tanti trasferimenti di giocatori; dovrebbero pensare anche a fare trasferimenti di giornalisti. Sono andato a Parigi e non c’era neanche un giornalista in conferenza stampa. Non mi era mai successo prima. La stessa cosa è successa con Pedro Martínez. Se non c’è interesse, come pensi di creare una lega forte nella NBA Europe?​”

Ataman, con la sua consueta vena provocatoria, ha spinto il discorso oltre la semplice lamentela. Ha parlato addirittura di “trasferimenti di giornalisti”, come se la costruzione di un campionato d’élite richiedesse non solo giocatori e allenatori di alto livello, ma anche professionisti dell’informazione disposti a seguire il prodotto con continuità. L’idea è paradossale, ma colpisce nel segno: una lega che investe in branding, diritti televisivi, storytelling social e contenuti premium non può pensare che il racconto finisca con gli highlight su internet. La presenza fisica dei media nelle arene resta un indicatore fondamentale di radicamento sul territorio.

Le sale stampa vuote non sono solo una mancanza di rispetto verso allenatori e giocatori, ma anche un campanello d’allarme sulla capacità dell’Eurolega di generare interesse stabile fuori dalla bolla degli appassionati. Senza domande non c’è narrazione, senza confronto non c’è discussione, senza articoli e contenuti di approfondimento la partita resta confinata al momento della palla a due e del tabellone finale. Una lega che ambisce a crescere ha bisogno che ogni gara produca storie, temi, dibattiti, e questo passa inevitabilmente anche dai giornalisti che siedono, o non siedono, in quelle sale.

Marco Marini
Marco Marini
Marchigiano fuori sede, studio Relazioni Internazionali e nel frattempo mi diletto a scrivere della mia più grande passione: il basket.

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