HomeNazionaleSiamo sicuri che la maglia della nazionale valga ancora tanto?

Siamo sicuri che la maglia della nazionale valga ancora tanto?

Il basket sta cambiando, il mondo sta cambiando, in realtà è tutto già cambiato, ma la verità è lì da vedere, davanti agli occhi di tutti. La maglia della nazionale non è più una priorità per i giocatori. Non per tutti e non sempre.
Fughiamo subito i dubbi e diciamo che, in un certo senso, è anche comprensibile nella maggior parte dei casi, ma la realtà ci dice che ciò che era il privilegio massimo una volta, ovvero rappresentare il proprio paese in una competizione continentale o mondiale, ora viene dopo quello che è il percorso personale di un giocatore.

Il pensiero potrebbe andare subito a Donte Di Vincenzo, ma non è quello il punto. Se pensiamo a Vlatko Cancar e quanto ci tenga, o abbia voluto rappresentare la sua patria nelle competizioni continentali pur essendo in NBA (presente nel 2017, 2020, 2022), permette di estendere il ragionamento a tutti i giocatori. C’è chi tiene davvero alla propria nazionale, ma che per motivi vari non può presenziare, chi magari ci tiene ma si trova in una situazione di carriera in cui la nazionale -e una competizione estiva- potrebbero diventare un rischio per il proprio futuro o chi banalmente vorrebbe con tutto il cuore esserci ma magari deve aspettare i si e i no di chi in graduatoria ha più appeal.
La situazione attuale è che non si riesce (e forse non si riuscirà) ad avere una competizione FIBA con tutti i migliori giocatori di tutte le nazioni assieme. Perché quando ci sarà Jokic, non ci sarà Doncic, quando ci sarà Doncic non ci sarà Brown, quando ci sarà Brown non ci sarà Gobert, quando ci sarà Gobert non ci sarà Wagner e via dicendo.

Ma questo perché? Se ora anche i club europei possono mettere forti pressioni sui giocatori per far sì che non rispondano alle chiamate delle nazionali, il problema che prima era prevalentemente dell’NBA ora si espande in maniera incontrollabile. Viene da pensare che, prendendo come esempio Donte Di Vincenzo ma solo ed esclusivamente per fare un ragionamento a noi vicino, difficilmente potremo vederlo presto con la maglia azzurra, perché sta giocando molto bene al di là dell’oceano e a fine 2026 gli scade il contratto con Timberwolves. Al momento percepisce 11 milioni di dollari, ma un giocatore del suo tier può ambire anche a triplicare il proprio ingaggio con il rinnovo. Fisiologicamente, una competizione estiva rappresenta più un rischio che un’occasione. Non mettiamo in dubbio il problema fisico che gli ha impedito di partecipare ai prossimi europei, ma il ragionamento è su quanto la carriera individuale abbia oggi in gioco una quantità di soldi che fa pendere l’ago della bilancia verso un allontanamento dalla nazionale nonappena si intravede anche il minimo rischio di compromettere qualcosa del proprio futuro, forse più economico che professionale. Perché idealmente non c’è niente di meglio che vestire la maglia azzurra dell’Italia, la Roja della Spagna, la bleu della Francia e così via. Uno sportivo non può ambire a nulla di più che vincere una medaglia rappresentando il proprio paese.

Quando però le cose girano bene oggi hai la possibilità, come l’ha avuta la Spagna, di naturalizzare Lorenzo Brown e vincere un europeo con lui come protagonista assoluto, ma oggi Lorenzo Brown mette davanti la sua carriera personale a una nazionale, che tra l’altro non è neanche “prettamente sua”. Questo lo fanno i naturalizzati, ma lo fa anche chi in quel paese ci è nato e torno sull’esempio di Čančar, al quale non si può rimproverare nulla quanto ad attaccamento alla nazionale, ma che ora deve fare delle scelte e queste scelte (per lui e per tanti altri) finiscono per sacrificare la nazionale. È giusto? Sbagliato? Non sta né a me, né a nessuno dirlo, perché a prendere le decisioni dall’esterno siamo bravi tutti, ma quando sono in ballo una carriera e cifre molto importanti, per essere credibile ci devi essere dentro. E parlare quando in ballo ci sono milioni di dollari per 3, 4 o 5 anni è semplicemente esercizio da bar. Se giudicassimo meno e analizzassimo di più forse potremmo capire alcune dinamiche, ma l’unica cosa che possiamo constatare empiricamente è che la maglia di qualsiasi nazionale ora viene dopo una serie di cose. Prima lo capiamo, prima lo accettiamo, prima saremo pronti ad affrontare ogni situazione con maggiore lucidità.

Simone Mazzola
Simone Mazzola
Simone Mazzola è ideatore e fondatore di Backdoor Podcast. Giornalista pubblicista iscritto all'albo, segue e racconta il basket quotidianamente da oltre vent'anni. Nel corso della sua carriera ha collaborato con redazioni del calibro di FoxSports e del sito italiano NBA. È inoltre autore del libro "American Dream: un infiltrato alle NBA Finals".X: https://x.com/mazzola_simone IG: https://www.instagram.com/datruth84/

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