Nell’ultima puntata di Backdoor Call abbiamo parlato con Marco De Benedetto della Summer League NBA. Lui ne ha vissute 15 dal vivo e ci ha raccontato la sua esperienza di questa stagione con Cooper Flagg, le luci di Las Vegas, media e tanto altro.
Tre tappe, tre leghe diverse
L’avevamo lasciata in sospeso due settimane fa, ma adesso siamo quasi ai titoli di coda: la Summer League è ormai vicina alla conclusione. Io tornerò venerdì, mentre l’evento termina domenica, quindi in totale avrò passato 14 giorni negli Stati Uniti.
I primi due sono stati a San Francisco per il California Classic, poi altri due a Salt Lake City per la Utah Summer League e infine il trasferimento a Las Vegas. Si tratta di tre Summer League diverse, che si distinguono innanzitutto per le dimensioni dell’evento.
Le prime due prevedono la partecipazione di quattro squadre ciascuna e si disputano nei palazzetti principali delle rispettive città: il Chase Center a San Francisco e, normalmente, il Delta Center a Salt Lake City. Quest’anno però, per via dei lavori legati alla nuova squadra NHL, la lega di Utah è stata ospitata alla University of Utah. Palazzetto bellissimo, con un po’ di pubblico e qualche addetto ai lavori.
Las Vegas: il circo perfetto del basket estivo
Quando ti sposti a Las Vegas, invece, entri in un vero e proprio delirio. Il contesto di per sé è già unico – Las Vegas è sempre Las Vegas – ma qui si concentra davvero tutto il mondo della pallacanestro. Addetti ai lavori, media, giocatori NBA, prime e seconde scelte, sophomore, alcuni profili che potremmo vedere in Europa (pochi, ma ci sono). L’atmosfera è pazzesca, tutto è organizzato benissimo, il prodotto che viene offerto è eccezionale.
Copertura mediatica e coinvolgimento dei fan
Dal punto di vista della copertura mediatica, è chiaro che la Summer League di Las Vegas è “the place to be”. Tutte le squadre portano il loro staff al completo, spesso anche tutti i dipendenti, trasformando l’evento in una specie di gita premio di fine stagione – o, se vogliamo, di inizio stagione – con attività di team building. Stiamo parlando di più di 100 persone per squadra, tutte alloggiate in hotel di lusso, spesate e pronte a godersi l’evento.
Facendo un rapido calcolo: 100 persone per 30 squadre NBA significa almeno 3.000 rappresentanti ufficiali delle franchigie. E poi ci sono i fan. Ogni anno il numero e l’entusiasmo crescono. Io vengo a Las Vegas da 15 anni e posso dire che l’interesse attorno alla Summer League è in costante aumento.
Cooper Flagg e la nuova generazione sotto i riflettori
Uno degli esempi più clamorosi è stata la partita tra Cooper Flagg e Bronny James (con i Lakers). Era il primo weekend, e parliamo di 15.000 persone in delirio ogni volta che uno dei due toccava la palla. Flagg ha segnato più di 30 punti nella seconda partita, ma ha faticato nella prima – cosa comprensibile, perché bisogna sempre ricordare che questi ragazzi, come Flagg, Wembanyama o Banchero prima di lui, sono alla loro prima vera esperienza dentro l’ambiente NBA.
Sono abituati a grandi palcoscenici, certo – il college, l’EuroCup, ecc. – ma l’impianto narrativo e mediatico dell’NBA è una cosa completamente diversa. Si vede anche dai lineamenti, dalle interviste: sono ragazzi di 20 anni catapultati in un mondo che, da ora in avanti, sarà la loro realtà quotidiana. È qualcosa di molto particolare, quasi emozionante.
Flagg è fortissimo, ha tutto per far bene. Ma bisogna anche considerare le aspettative: non è detto che nel primo anno possa già essere un giocatore da 15-20 punti a partita. E forse i Mavericks nemmeno glielo chiederanno.
Il fascino lontano della Summer League in Europa
Per noi europei – e italiani in particolare – la Summer League è ancora uno degli ultimi eventi del basket americano che mantiene un’aura di mistero, quasi erotica, nel senso del desiderio per qualcosa che non si conosce del tutto.
La copertura mediatica da questa parte dell’oceano è più scarsa, il racconto è limitato, e quindi resta quella curiosità mista a fascino e diffidenza che negli anni si è un po’ persa con la NBA “ufficiale”. Una volta era tutto molto più mitico perché non si sapeva nulla. Oggi che possiamo vedere tutto in tempo reale, l’incanto svanisce. Ma la Summer League, in qualche modo, resiste.





