Dalla sirena finale si è aperto un dibattito su “tragedia per il movimento” e “goduria da tifoseria avversaria”, ma quest’analisi la lasciamo per la nostra videochat di sabato dove potremo essere più completi ed esaustivi. Di certo la Virtus con la gestione di quest’anno non si è dimostrata (ancora) una squadra meritevole di Eurolega. Budget, strutture, investimenti e ambizioni ci sono, ma per guadagnarsi l’Eurolega serve un processo, una programmazione e dei passi intermedi, perché non sempre i soldi e i giocatori di grande pedigree bastano, citofonare Olimpia Milano del recente passato per delucidazioni. A volte le vittorie sul campo passano per delle cocenti delusioni e il patron Zanetti ha avuto la corretta lettura nell’accettare il verdetto del campo e guardare al futuro per riprovarci. Il fatto che la Virtus si sia sgretolata nel momento decisivo non può essere estraneo a un ambiente che dall’esonero-reintegro di Djordjevic ha aperto una ferita forse non rimarginabile. È inutile indignarsi o chiedersi perché due tedesche, tre russe e due francesi siano in Eurolega con una sola italiana o ragionare sulle wild card possibili (escluse da Bertomeu per le italiane). Il movimento non si ringalluzzisce certo perché una squadra con un progetto e soldi partecipa all’Eurolega, come non si sgretola se non lo fa. La qualificazione della Virtus avrebbe fatto bene alla Virtus stessa, a una rivalità di alto livello con Milano e a poco altro. Per rilanciare il movimento servono le basi, le fondamenta e non il tetto di una squadra che ha disponibilità vuole fare le cose in grande. La Virtus con questa delusione si è garantita un secondo arrembaggio col sacro fuoco della vendetta sportiva, cercando di non commettere gli errori di gestione di questa stagione e provare a puntellare una base che già oggi varrebbe l’Eurolega, purtroppo solo sulla carta.





