È una perplessità sensata, ma proprio qui si misura il significato della scelta della dirigenza. Negli ultimi mesi la Virtus ha provato a liberarsi di alcune abitudini del passato, scegliendo una linea diversa: più ordinata, più moderna, meno istintiva. Dentro questa cornice, un esonero del genere può essere interpretato non come uno strappo improvviso, ma come la presa d’atto che una frattura già aperta rischiava di allargarsi ancora, compromettendo il finale di stagione.
Anche per questo la promozione di Nenad Jakovljevic non è soltanto un ripiego a basso costo, per quanto la sostenibilità economica della scelta conti. In società il suo nome godeva di considerazione già da tempo, e l’impressione è che questa soluzione venga vissuta non solo come un modo per traghettare la squadra fino a giugno, ma anche come un primo test concreto su un profilo che, se dovesse convincere, potrebbe restare ben oltre l’emergenza. Ivanovic se ne va nel modo più Ivanovic possibile: sbattendo la porta, senza concedere nulla, senza accettare mediazioni, chiunque ci fosse dall’altra parte, giocatore o dirigente.
In fondo, non sorprende nessuno. Quando la Virtus lo ha scelto, aveva scelto anche questo: il sergente di ferro, l’allenatore incapace di annacquare il proprio metodo, convinta che proprio quella durezza potesse rimettere ordine e alzare il livello di disciplina interna. Sapendo, però, che la stessa qualità avrebbe mostrato col tempo il suo rovescio della medaglia. Ivanovic se ne va sapendo di avere dalla sua parte i risultati e il campo. Uno scudetto dolcissimo e una stagione 2025/26 in cui la squadra ha saputo quasi sempre mantenere un legame emotivo con il suo pubblico. Quando il gioco non bastava, restavano almeno il cuore, la resistenza, la sensazione che quella squadra non smettesse mai davvero di provarci.
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