Attacco
Wendell Moore è un attaccante di talento, e basta guardarlo giocare per riconoscere la qualità del suo bagaglio tecnico. È però anche un giocatore che tende ad avere bisogno di un certo volume di possessi per entrare pienamente dentro la partita e trovare ritmo. Può creare conclusioni per sé in maniera autonoma, ma sa anche sfruttare i vantaggi generati dai compagni, attaccando spazi e closeout o finalizzando situazioni già costruite dal sistema.

Nonostante non gli manchi la verticalità (98 centimetri di salto da fermo misurati al pre-draft) Moore non possiede l’esplosività necessaria per tradurla con continuità nelle situazioni di gioco. Per questo, nella creazione dal palleggio fa grande affidamento sull’uso del corpo, sulle esitazioni e soprattutto sulle variazioni di ritmo e velocità, strumenti che gli permettono di costruire e mantenere il vantaggio sul proprio difensore.
È anche uno degli aspetti che lo rendono particolarmente piacevole da vedere. Non potendo imporre con regolarità il proprio atletismo, deve ricorrere alla tecnica individuale e a un repertorio piuttosto raffinato per arrivare alle proprie conclusioni. Il rovescio della medaglia emerge quando non riesce a creare sufficiente separazione: in quelle situazioni può faticare a generare tiri puliti, finendo spesso per affidarsi a conclusioni contestate o comunque a più bassa efficienza.

Ha una qualità particolarmente preziosa: una volta messo in moto il palleggio, riesce a mantenere pressione costante sulla difesa continuando ad avanzare verso il ferro senza perdere controllo del possesso. Tiene la testa alta, legge ciò che accade attorno a sé e sa sfruttare sia i varchi che si aprono nella difesa sia le rotazioni generate dal suo attacco.
La sua qualità tecnica emerge infatti anche come passatore. Moore sa trovare i compagni con buoni tempi di esecuzione, soprattutto dopo aver costretto la difesa a reagire alla sua penetrazione. È una caratteristica che ne aumenta sensibilmente il valore come ball-handler secondario, ruolo nel quale può creare vantaggio senza dover sostenere in maniera continuativa il peso della regia.

Questa capacità di restare costantemente in modalità d’attacco lo rende anche un giocatore da transizione piuttosto atipico. Moore può tranquillamente fungere da portatore di palla e, quando recupera il possesso, il primo riferimento resta quasi sempre il canestro. Non necessariamente accelera fino allo sprint: preferisce leggere gli spazi concessi dalla difesa in ripiegamento e avanzare mantenendo il controllo del palleggio.
Dà la sensazione di non rinunciare mai realmente all’idea di attaccare il ferro. Utilizza il corpo e la gestione del palleggio per accorciare progressivamente la distanza dal canestro, mettendo la difesa sotto pressione in maniera magari meno esplosiva di altri, ma continua.

L’efficacia al tiro sarà probabilmente la chiave per capire quanto bene Moore riuscirà a trasporre il proprio gioco nel contesto europeo. Non è uno specialista, ma è un giocatore che non ha problemi a prendersi volume da dietro l’arco e che, nel corso della carriera, ha però mostrato una notevole volatilità nelle percentuali.
È una tendenza che lo accompagna già dagli anni di Duke. Nelle prime due stagioni al college ha tirato appena il 27% da tre in situazioni di spot-up, prima di salire oltre il 44% nell’ultima annata da junior. Anche tra i professionisti il rendimento è rimasto estremamente discontinuo: nella stagione 2022/23, da rookie a Minnesota, ha chiuso 1/14 sugli spot-up, salvo poi realizzare 16 dei 32 tentativi durante il passaggio in G League con gli Iowa Wolves. Proprio a Iowa, però, l’anno successivo è nuovamente sceso al 25%, con 11 realizzazioni su 44 tentativi (dati Synergy).
È per questo che gli eccellenti numeri raccolti nell’ultima stagione con i Motor City Cruise — 54% sugli spot-up e addirittura 48% dal palleggio nelle situazioni di pick-and-roll — vanno necessariamente trattati con una certa cautela. Più che certificare una definitiva trasformazione in tiratore, rappresentano un segnale positivo che dovrà trovare conferma.

Per Moore il tiro avrà un valore che va ben oltre la semplice efficienza realizzativa. Non disponendo di un primo passo fulmineo né di un’esplosività tale da consentirgli di battere sistematicamente il proprio difensore, ha bisogno di costringere le difese a rispettarlo sul perimetro. Negli spazi più stretti e naturalmente più congestionati dell’Eurolega, eventuali closeout meno aggressivi sui suoi piazzati, o la scelta di passare sotto i blocchi nelle situazioni di pick-and-roll, finirebbero per togliere ossigeno anche al resto del suo gioco. Anche perché il ball-handling non è di altissimo livello.
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