L’esclusione della Trapani Shark dal campionato e dalla Basketball Champions League non è uno shock inatteso, ma l’ennesimo capitolo di una storia che il basket italiano racconta da oltre trent’anni.
Fallimenti, penalizzazioni, rinunce, autoretrocessioni, titoli ceduti, club che vincono o si salvano sul campo e poi scompaiono fuori dal parquet: non una sequenza di incidenti isolati, ma una ciclicità ormai strutturale. Cambiano i nomi, le città, i protagonisti. La trama resta sempre la stessa. Ecco l’analisi fatta da Il Foglio.
Trapani non è un unicum: dal 1996 ad oggi almeno un default all’anno
Dal 1996 a oggi, Serie A e Serie A2 hanno prodotto almeno un caso di default sportivo-finanziario ogni stagione. Venezia, Battipaglia, Napoli, Caserta, Gorizia, Pistoia, Montecatini, Verona, Trieste, Messina, Teramo, Roseto, Treviso, Fortitudo e Virtus Bologna, Rieti, Siena, Roma, Biella, Torino, Avellino, fino a Trapani.
L’elenco è in realtà molto più lungo e non racconta eccezioni, ma la normalità di un sistema che ha reso ordinaria l’anomalia. Da Nord a Sud, grandi città e piccole province sono cadute indistintamente. Dentro questa normalità distorta, il basket italiano ha imparato a stare in piedi.
Merito sportivo e sostenibilità: binari separati
Il paradosso è noto: risultati sul parquet, fallimenti nei bilanci.
Siena vince scudetti e poi implode, con la revoca di due titoli, il collasso societario e l’arresto di Ferdinando Minucci, nel frattempo eletto presidente della Legabasket. La Virtus Bologna viene radiata nel 2003 per motivi finanziari. Napoli vince una Coppa Italia e poi sprofonda. Teramo si salva e poi sparisce. Caserta oscilla tra salvezze, retrocessioni e ripescaggi fino al default.
Roma chiude i battenti dopo mezzo secolo di storia e successi anche europei — oggi se ne parla di nuovo in chiave ripescaggio o franchigia NBA Europe.
La logica del merito sportivo e quella della sostenibilità economica viaggiano su binari separati, spesso divergenti.
Quando il sistema regge, lo fa per interventi esterni
Nei momenti di apparente stabilità, il sistema ha retto solo grazie a interventi straordinari.
Milano è rimasta nell’élite grazie all’ingresso diretto di Giorgio Armani, che prima di vincere il primo scudetto ha investito circa 100 milioni di euro. Cantù ha vissuto tre stagioni di ambizioni europee (2015-2017) sotto Dmitry Gerasimenko, per poi crollare finanziariamente.
Emblematico il caso Auxilium Torino (2017-2019): Fiat main sponsor, Coppa Italia vinta, poi penalizzazioni, retrocessione e fallimento. Una parabola rapida e verticale, simile per dinamica a quella di Trapani sotto Valerio Antonini.
Negli ultimi anni si sono aggiunte nuove forme di instabilità:
autoretrocessioni per mancanza di risorse
trasferimenti di sede
club che rinunciano all’iscrizione o cambiano denominazione per ripartire dal basso
Fragilità anche ai vertici
Perfino la Virtus Bologna contemporanea, oggi prima in classifica e seconda solo a Milano per budget, mostra segnali di fragilità.
Negli anni scorsi il presidente Massimo Zanetti ha chiuso improvvisamente il progetto della squadra femminile in cui giocava Cecilia Zandalasini, ancora oggi la miglior giocatrice italiana. Più recentemente sono emerse difficoltà economiche rilevanti, con un rosso di bilancio che — secondo quanto emerso — si misura in decine di milioni.
Non un default, ma la conferma di quanto sia sottile la linea tra stabilità e crisi, anche per i brand storici.
Dai grandi gruppi industriali ai mecenati
Il confronto storico è impietoso. Un tempo il basket italiano era sostenuto da grandi gruppi industriali: Benetton, Scavolini, Stefanel.
Oggi imprenditori solidi esistono ancora — Brugnaro a Venezia, Gavio a Tortona, Germani a Brescia — ma la scala è diversa e la capacità di assorbire perdite strutturali è più limitata.
Non a caso Gilberto Benetton, nel 2012, sintetizzò con brutalità:
“Questo sport non ci appartiene più. A nessuno piace buttare via i soldi”.
Una frase che fotografa perfettamente il modello economico fragile del basket italiano.
Il vero nodo: l’assenza di memoria istituzionale
Il punto più critico resta però l’assenza di memoria istituzionale. Ogni stagione riparte come se il problema fosse nuovo, come se si trattasse di un’“anomalia” o di un “incidente di percorso”.
La storia racconta l’esatto contrario. Non siamo davanti a un sistema che occasionalmente entra in crisi: siamo davanti a un sistema che sulla crisi ha costruito il proprio equilibrio. Un sistema che ha interiorizzato il fallimento come possibile esito ordinario.
Autoretrocessioni, titoli ceduti, penalizzazioni e ripescaggi non sono deviazioni: sono meccanismi di regolazione informale, diventati prassi.
Conclusione: non se, ma dove
Per questo Trapani non è un’eccezione. È solo l’ennesimo anello di una catena che parte dagli anni Novanta e attraversa tre decenni di basket italiano.
Finché la crisi resterà un fatto “normale”, raccontato ogni volta come straordinario, il sistema continuerà a produrre storie diverse con lo stesso finale.
La domanda non è se accadrà di nuovo.
La domanda è semplicemente dove e a chi toccherà.
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