Nell’ultima puntata di Backdoor Call, Marco De Benedetto e Simone Mazzola hanno condiviso un ricordo personale e professionale legato a Kobe Bryant e alla sua eredità nel basket mondiale.
«Quando penso a Kobe, purtroppo penso anche a quando se n’è andato.
Un evento del genere rimane impresso perché lui era nell’immaginario già prima.»
«È riuscito a passare dall’essere un ragazzino che copiava Michael Jordan a diventare l’interprete di più alto livello possibile di quel modello, riportandolo in auge.»
«Era senza pietà, nel senso positivo, prima di tutto verso se stesso.
È stato un esempio vincente e tanti giocatori lo ricordano per questo.»
«Ancora oggi tanti dicono “devo entrare in modalità Kobe”, anche se spesso è un concetto abusato.
Lui ha settato una barra talmente alta che è diventata un modo di fare le cose per avere successo.»
Simone:
«Il mio ricordo è quella gara quattro nel 2000 contro Indiana, perché ero più piccolino e seguivo l’NBA con un po’ più di stomaco e magari meno di testa, forse era pure meglio.
Ogni volta che si parlava di Kobe – ma anche quando era in vita – io avevo sempre quel momento in mente: quando sceglie di prendersi in mano il mondo dopo il sesto fallo Shaq. Avevi proprio la percezione che volesse quel momento e, quando è arrivato, si è fatto trovare pronto.
Perché poi uno può dire “voglio arrivare in quel momento”, ma quello che ha fatto in quei momenti lì mi è rimasto iconico, molto più di altre cose. Ovviamente poi c’è una componente emotiva che ti porta a legarti a determinati momenti, come ognuno ai suoi idoli, in base a se ha vissuto gli anni ’80, ’90 o 2000.





