«Non ho più tempo per perdere tempo». Inizia con questa dichiarazione di intenti, quasi un manifesto vitale, il libro di Achille Polonara intitolato “Il mio secondo tempo”. Non è la cronaca di una carriera cestistica, ma il racconto intimo e potente di un uomo che ha dovuto affrontare la sfida più dura: quella contro la malattia. Il cestista azzurro ripercorre i momenti bui, la paura di perdere tutto e la forza trovata negli affetti più cari per tornare a calcare il parquet.
La doppia diagnosi: dalla fiducia alla consapevolezza
Il cuore del libro affronta il trauma di due diagnosi ravvicinate, un doppio colpo che ha cambiato radicalmente la prospettiva dell’atleta. Achille Polonara descrive con lucidità il passaggio psicologico tra il primo e il secondo scontro con il male:
«La seconda volta è diversa dalla prima: la prima la affronti con fiducia, la seconda con consapevolezza perché sai cosa puoi perdere».
È in questo scarto che emerge la vulnerabilità del campione, trasformando la narrazione in un’esperienza universale di resilienza.
Il silenzio del coma: le cinque pagine bianche
Uno dei momenti più toccanti e originali dell’opera riguarda il racconto del trapianto e del successivo periodo di coma. Per descrivere i giorni di sonno profondo, Polonara ha scelto un espediente narrativo di forte impatto: cinque pagine completamente vuote. Un silenzio tipografico che rappresenta l’oblio di quei giorni, un vuoto che pesa più di mille parole e che restituisce al lettore il senso di smarrimento vissuto dal giocatore.
La famiglia e il ruolo decisivo di Erika
Oltre l’atleta, nel libro emerge l’uomo circondato dai suoi affetti. La figura centrale in questo percorso di guarigione è la moglie Erika, descritta come il pilastro fondamentale della sua resistenza. Il momento del risveglio è forse il passaggio più commovente del testo:
«La prima cosa vista al risveglio è stato il suo volto». Insieme ai figli, la famiglia rappresenta il vero motore che ha permesso ad Achille di non arrendersi durante la convalescenza.
La rincorsa verso il parquet: addio alle flebo
Il libro si chiude con la determinazione di chi non vede l’ora di riprendersi la propria vita. La convalescenza non è stata vissuta come una semplice attesa, ma come una vera e propria rincorsa verso il canestro. Polonara sintetizza questo desiderio di normalità sportiva con un’immagine evocativa e potente, che segna la fine del suo calvario: l’obiettivo è finalmente quello di «scambiare il ticchettio delle flebo con quello delle scarpette sul parquet».
Oggi quel ticchettio è tornato a essere il ritmo quotidiano di un campione che ha vinto la sua partita più importante.





