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NBA, Knicks e Spurs: è possibile ripetersi?

La stagione NBA si è ormai chiusa da quasi due mesi. Il 14 giugno 2026 i New York Knicks si sono imposti in Gara 5 sui San Antonio Spurs, interrompendo un digiuno che durava da 53 anni (l’ultimo anello risaliva al 1973). Jalen Brunson e compagni saranno per sempre conosciuti come gli eroi che hanno riportato un anello nella Grande Mela, negando invece il successo al fenomeno francese Victor Wembanyama nella prima (e sicuramente non ultima) run playoffs della sua carriera.

Oggi, dopo aver assistito al draft 2026 e aver accolto le novità portate dalla free agency, la testa vola già al prossimo anno e una domanda ci toglie già il sonno la notte: dopo una stagione che ha consacrato entrambe le franchigie tra le grandi protagoniste della lega, quante possibilità hanno di ripetersi?

Il recente passato dice no

Lo sport in generale ci insegna che vincere è difficile, ma confermarsi lo è ancora di più. Se poi parliamo di leghe americane, ossia strutture chiuse e con sistemi come il draft e il salary cap pensati apposta per cercare di mantenere l’equilibrio tra le squadre, l’impresa aumenta. Nel corso degli anni, però, le dinastie non sono mancate e diverse franchigie sono riuscite a ripetersi, inanellando anche serie di successi consecutivi. O almeno questo era ciò che succedeva fino a sei anni fa.

Nelle ultime stagioni, infatti, l’equilibrio è stato maggiore e squadre che l’anno prima arrivavano alle Finals, l’anno dopo arrancavano a raggiungere i playoffs, oppure uscivano nei primi turni. Basta pensare a come dalla stagione 2012/13 alla 2018/19 a Ovest sono arrivate in finale solo due squadre (2 volte gli Spurs e 5 i Warriors), mentre a Est tre (2 volte Heat, 4 i Cavs e una i Raptors) con cinque vincitori differenti. Nei sette anni successivi (ossia dal 2019/20 a 2025/26) sono state invece ben sette le franchigie finaliste a Ovest (Lakers, Suns, Warriors, Nuggets, Mavericks, Thunder e Spurs) e cinque a Est (Heat, Bucks, Celtics, Pacers e Knicks) con Boston e Miami uniche capaci di ripetersi in questo periodo.

A completare il momento delle statistiche, c’è il dato che dice che nelle ultime otto stagioni abbiamo avuto altrettanti vincitori diversi. La numerologia, quindi, ci farebbe rispondere di no.

New York Knicks: squadra che vince non si cambia, la speranza è che non cambi neanche il risultato

Tornando sulle due squadre della domanda, proviamo a mettere per un secondo da parte i dati e ad analizzare la loro situazione.

In offseason la franchigia di New York ha scelto la strada della continuità, confermando il nucleo che ha conquistato il titolo e puntando ancora sulla leadership di Jalen Brunson, affiancato da Karl-Anthony Towns, OG Anunoby, Mikal Bridges e Josh Hart. Un quintetto completo a cui poi si aggiunge una panchina profonda. Durante la cavalcata playoffs, infatti, sono stati preziosi i minuti giocati dai role player come Landry Shamet, José Alvarado e Jordan Clarkson, tutti e tre in scadenza e tutti e tre rinnovati in free agency. Loro, insieme all’idolo del Madison Miles McBride, avranno anche quest’anno il compito di far rifiatare i titolari. Anche nella prossima stagione, quindi, NY presenterà un roster ricco ed equilibrato, capace di unire talento offensivo, solidità difensiva ed esperienza nei momenti decisivi.

Anche la permanenza di Mike Brown in panchina, ovviamente scontata dopo la vittoria, rappresenta un elemento importante, considerando l’ottimo lavoro svolto nella sua prima stagione alla guida della squadra. L’ex allenatore dei Sacramento Kings, infatti, era subentrato a Tom Thibodeau, in quella che per tutti era la panchina più scomoda della NBA. I Knicks venivano da una serie di stagioni positive, ma soprattutto dalla recente finale di Conference persa contro Indiana. Non era quindi semplice migliorare quel risultato, visto che dopo un licenziamento di un coach ci si aspetta che il successivo produca quanto meno gli stessi risultati, se non migliori. Brown, però, ha saputo non farsi spaventare dalle pressioni dell’ambiente, New York è senza dubbio la piazza più calda e difficile da accontentare dell’intera lega, riuscendo a valorizzare un aspetto che (storicamente) è un punto debole di Thibodeau: la panchina.

La Eastern Conference sembra esser diventata più dura da dominare

Naturalmente, come ribadito prima, confermarsi campioni è una delle imprese più complicate nello sport professionistico. Quest’anno, inoltre, la Eastern Conference si presenta ancora più competitiva rispetto a un anno fa. La nuova Philadelphia di Jaylen Brown e LeBron James (oltre che delle già presenti star Tyres Maxey, VJ Edgecombe e Joel Embiid) è lo spauracchio principale. Però anche le varie Cleveland, del duo MitchellHarden, la Boston, sempre più Tatum centrica, la Miami, che in estate ha finalmente messo le mani sul sogno Giannis Antetokounmpo, la Toronto, che riabbraccia Kawhi Leonard, le giovani Detroit e Orlando, pronte a fare il salto di qualità e a contendersi il primato a Est, vorranno provare a dire la loro.

Nonostante questo, i Knicks partono con il vantaggio di essere essenzialmente la stessa squadra dello scorso anno, salvo per il ruolo di centro di riserva dove la partenza di Mitchell Robinson si farà sicuramente sentire. L’attuale soluzione di sostituire il nuovo centro dei Celtics con Andre Drummond sembra decisamente più una toppa, in attesa di ricucire meglio il buco a stagione in corsa. Questa continuità, infatti, li rende senza dubbio la squadra da battere e possono realisticamente ambire a una nuova partecipazione alle Finals. Sulla carta le loro probabilità di conquistare un secondo titolo consecutivo non sono basse, come sempre, però, sarà il campo a rivelarci la verità.

Wembanyama
Credits Ipa Agency

San Antonio Spurs: l’età e il talento sono dalla loro parte

Situazione leggermente diversa per San Antonio. La squadra texana ha compiuto un percorso straordinario, accelerando il proprio processo di crescita grazie all’esplosione definitiva di Victor Wembanyama, ormai considerato già uno dei principali candidati al premio di MVP e di DPOY per i prossimi anni. Accanto al fenomeno francese, l’altra stella doveva essere De’Aaron Fox, giocatore che ha sicuramente dato ulteriore qualità al reparto esterni, anche se nei momenti decisivi delle Finals di quest’anno ha dimostrato di mancare di quella lucidità e freddezza che differenziano i buoni giocatori dai campioni.

Nel frattempo, giovani come Stephon Castle e Devin Vassell continuano a crescere stagione dopo stagione e a diventare pilastri chiave di una squadra che molto probabilmente sarà una delle protagoniste per il prossimo decennio. Soprattutto l’ex Uconn sembra ormai aver scavalcato Fox nelle gerarchie ed essere lui il secondo violino della squadra. Molto bene hanno fatto anche i due rookie Dylan Harper e Carter Bryant, come molti sperano possa fare anche Jayden Quaintance (20ª chiamata assoluta al draft 2026) nel ruolo di “vice Wemby” fin dalla sua prima stagione in NBA. Insomma, il talento non manca e con la firma di Tobias Harris, che permette di spostare Julian Champagnie in un più adeguato ruolo di cecchino dalla panchina, è arrivata anche quella dose di esperienza che forse mancava nel reparto ali (e non ce ne voglia il buon Harrison Barnes).

Nonostante ciò il margine di miglioramento resta probabilmente il più alto dell’intera lega, anche se molto ruota intorno alla capacità di crescere ancora del francesino.

La Western Conference un muro durissimo che vede nello scontro con OKC l’apice finale

Il vero ostacolo degli Spurs è rappresentato dalla Western Conference, dove la concorrenza è spietata. Anche qui troviamo un nome che su tutti sembra poter mettere i bastoni tra le ruote al ritorno degli Spurs alle Finals: gli Oklahoma City Thunder. Lo scorso anno sono stati texani ad avere la meglio in gara 7, ma Shai e compagni non vedono l’ora di prendersi la rivincita, anche perché con la chiamata di Aday Mara alla dodicesima scelta al draft 2026, sembrano aver ormai trovato anche il tassello mancante a una squadra che era già una corazzata.

Però, non ci sono solo queste due squadre a Ovest a voler salire sul trono di Conference. Attenzione sempre alla Denver, della coppia indistruttibile JokicMurray, alla Houston, di Kevin Durant, Alperen Sengun e Amen Thompson, alla Minnesota, che è andata all-in scambiando Julius Randle e Naz Reid per far spazio a Lonzo Ball, alla Los Angeles sponda Lakers, al primo anno post-LeBron, ma sempre con Luka Doncic e Austin Reaves, e alla Golden State, al (probabile) ultimo ballo del trio CurryGreenKerr.

Insomma, anche nella Western Conference, sono tantissime le franchigie costruite per puntare al titolo e ogni turno di playoff rischia di trasformarsi in una vera battaglia. Gli Spurs hanno sicuramente i numeri per confermarsi, anche perché come per i Knicks il roster è stato confermato praticamente in blocco, inserendo anche un tassello che potrebbe rivelarsi chiave come Harris. Al momento, però, il compito di San Antonio sembra leggermente più arduo.

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