Estate di rifondazione in casa Virtus Bologna. Il mercato ha portato in bianconero ben nove facce nuove, mentre lo scheletro della squadra della passata stagione è stato quasi completamente smantellato. A partire dal doloroso addio ad Alessandro Pajola, sono rimasti solamente Hackett, Diouf, Alston, Diarra, Ferrari e il giovane Baiocchi. Un restyling profondo, reso necessario sia dalle contingenze di budget sia dalla volontà di fare sostanzialmente piazza pulita di un roster che, soprattutto nell’epilogo della scorsa stagione, aveva dato l’impressione di aver bisogno di una rinfrescata radicale.
Mercato e roster
Il mercato della Virtus si è sviluppato intorno a due concetti piuttosto chiari: gioventù e scommesse. La Virtus del nuovo sponsor Costa, almeno per quanto riguarda il campionato italiano, ha pescato a piene mani in giro per il mondo, scegliendo profili giovani, con potenziale e margini di crescita, ma quasi tutti ancora da testare al livello Eurolega.
Dalla BNXT League è arrivato Rasheed Bello, playmaker tascabile reduce da un’eccellente stagione d’esordio europeo ad Anversa. Il talento è evidente, così come la capacità di cambiare ritmo alle partite, ma dovrà dimostrare di poter salire rapidamente di livello senza pagare eccessivamente i propri limiti fisici. Dalla Bundesliga è invece arrivato Marcus Carr, probabilmente uno dei giocatori più interessanti visti lo scorso anno nel campionato tedesco e nella Basketball Champions League. Rispetto a Bello porta con sé maggiore esperienza europea, essendo ormai alla quarta stagione nel Vecchio Continente, ma anche per lui resta da verificare la capacità di tradurre con continuità in Eurolega quanto mostrato a un livello inferiore: gestione della squadra, creazione dal palleggio e punti. Discorso per certi versi simile per Trent Frazier, guardia mancina reduce da tre stagioni nel contesto particolare e non semplicissimo da valutare della VTB League, allo Zenit San Pietroburgo. Dovrà portare soprattutto tiro e capacità realizzativa, ma anche nel suo caso sarà interessante capire quanto potrà incidere la taglia ridotta (188 centimetri) contro esterni più fisici e difese decisamente più strutturate.
Dal JL Bourg, fresco campione di EuroCup, dopo il passaggio da Dubai e il prestito alla Virtus, è arrivato poi Kevin Kokila. Un lungo da battaglia, chiamato ad aggiungere fisicità, energia e presenza vicino al ferro alle spalle di Diouf e Diarra. La sua stagione, però, è partita in salita a causa di un problema muscolare che impedirà di vederlo all’opera prima di ottobre. Tra i nuovi arrivati quello con maggiore esperienza diretta di Eurolega è Kessler Edwards. Ala di talento, con taglia e buon tiro perimetrale, ha disputato le prime 13 partite della propria carriera nella competizione la scorsa stagione con l’Hapoel Tel Aviv. Non è quindi un esordiente assoluto, ma sarebbe altrettanto sbagliato considerarlo un veterano navigato del torneo.
Dalla G League lo staff di mercato virtussino ha invece pescato due profili differenti: Wendell Moore Jr. e Bobi Klintman.
Moore è un esterno di notevole taglia fisica e, probabilmente, il giocatore con il maggior talento puro a disposizione di questo roster. I principali interrogativi riguardano però continuità e approccio mentale: nella sua carriera non è sempre riuscito a trasformare le qualità tecniche e atletiche in un rendimento costante. Bologna può rappresentare per lui un’occasione importante, ma molto dipenderà dalla capacità di restare dentro le partite e dentro la stagione. Klintman sembra invece una scommessa leggermente meno estrema. Ala atletica, capace di aprire il campo e giocare senza bisogno del pallone, non ha mai disputato una stagione in Europa, ma conosce il basket FIBA sia per l’esperienza maturata in Australia sia grazie alla nazionale svedese. Potrebbe avere un ceiling inferiore rispetto a Moore, ma anche un percorso di adattamento più lineare.
Sul fronte italiani sono arrivati Davide Casarin e Tommaso Baldasso. Entrano in un reparto esterni piuttosto affollato per le partite europee, ma le esigenze regolamentari e le rotazioni del campionato italiano garantiranno loro minuti e responsabilità. Soprattutto in LBA sarà fondamentale che riescano a dare qualità ai minuti in cui gli stranieri dovranno inevitabilmente restare fuori.
La rivoluzione ha coinvolto anche la panchina. La Virtus ha scelto Alex Mumbrù, affidandogli il compito non semplice di trovare rapidamente una chiave di lettura comune per un gruppo completamente nuovo e di trasformarne il potenziale dei singoli in un’identità funzionale.
Punti di forza
La prima cosa che salta agli occhi è la profondità del roster, almeno in Eurolega. La Virtus non ha fatto all-in su uno o due nomi di peso, preferendo distribuire il rischio su più giocatori. Una scelta che riduce la dipendenza dal rendimento di una singola stella e offre a Mumbrù numerose possibilità di rotazione. In LBA questo vantaggio sarà inevitabilmente ridimensionato dai vincoli regolamentari. Ed è proprio qui che l’apporto di Casarin, Ferrari e Baldasso diventerà fondamentale per non trasformare una squadra profonda in Europa in una improvvisamente corta in Italia.
Ma, al di là dei numeri, il mercato sembra aver seguito una precisa ricerca di caratteristiche: velocità e tiro. L’idea di fondo appare piuttosto chiara. Questa Virtus vuole correre, aumentare il numero dei possessi e allargare il campo. Non come semplice alternativa tattica, ma come identità primaria. Sul solco tracciato negli ultimi anni da squadre come Parigi e Valencia, Bologna sembra voler costruire una squadra che provi a trasformare ogni partita in una gara di ritmo.
In estrema sintesi: chiunque proverà a correre più forte di noi finirà per farsi male. Almeno questa sembra essere l’idea.
Punti deboli e incognite
L’incognita più evidente è quella relativa all’esperienza. Dei nove nuovi giocatori arrivati in estate, solamente Edwards e Baldasso hanno già giocato in Eurolega. E sommando le loro esperienze si arriva appena a una ventina di presenze. Per la maggior parte del roster si tratterà quindi di confrontarsi con un livello completamente nuovo: qualità tecnica superiore, fisicità maggiore e soprattutto margine di errore drasticamente ridotto. Il calendario, inoltre, non sembra intenzionato a concedere troppo tempo per ambientarsi: trasferta a Istanbul contro il Fenerbahçe poi Milano, Olympiacos in casa, con in mezzo l’esordio di LBA a Varese. Il rischio di pagare immediatamente dazio esiste.
In campionato lo scotto potrebbe essere meno pesante, ma anche lì sarà necessario costruire rapidamente una coesione di squadra che oggi non può naturalmente essere già completa. Sul piano difensivo la taglia ridotta di alcuni esterni rappresenta probabilmente il primo tema da monitorare. In attacco, invece, i primi segnali dalla Supercoppa hanno già acceso una spia sul gioco a metà campo. Quando la Virtus è riuscita a correre ha prodotto pallacanestro interessante. Quando il ritmo è sceso e la difesa avversaria ha avuto il tempo di schierarsi, la creazione offensiva è apparsa molto più problematica.
Ed è probabilmente questo il primo vero banco di prova per Mumbrù: fare in modo che una squadra costruita per giocare veloce riesca comunque a produrre buoni tiri quando correre non sarà possibile.
Best e worst case scenario
Nello scenario migliore la Virtus vince le proprie scommesse, non necessariamente tutte, ma un buon numero. Bello ripete il percorso compiuto ad Anversa e, con l’avanzare dei mesi, passa dall’essere l’uomo capace di spaccare le partite dalla panchina a uno dei leader della squadra. Marcus Carr tiene insieme tutto, gestisce ritmi e possessi e dimostra di essere un floor general di livello Eurolega. Moore trova a Bologna l’ambiente ideale, resta mentalmente connesso per dieci mesi e mostra quasi esclusivamente il lato migliore della propria medaglia, trasformandosi nell’estate 2027 nell’oggetto del desiderio di mezza Europa. Alston fa un altro passo avanti e si stabilizza definitivamente come giocatore di medio-alto livello europeo. Diarra disputa la classica breakout season che lo mette sulla e diventa una presenza difensiva al ferro tale da riuscire a nascondere buona parte delle crepe sul perimetro. La Virtus gioca al pace più alto dell’Eurolega. Perde qualche partita che deve perdere, ma ne vince più di qualcuna che non dovrebbe vincere e raccoglie abbastanza scalpi pesanti da restare agganciata alla zona play-in per tutta la stagione. In campionato, nel frattempo, la Costa sorprende tutti e si conferma una reale antagonista dell’Olimpia Milano.
In quello peggiore Mumbrù non trova mai una vera identità che vada oltre la corsa disperata verso il primo tiro disponibile prima che la difesa riesca a schierarsi. Il gioco a metà campo resta un tabù irrisolvibile. Le difese di Eurolega stritolano i piccoletti virtussini, gli esterni non riescono a trovare un tiro pulito neanche per sbaglio e tutta la creazione offensiva finisce progressivamente nelle mani di Alston in isolamento, che a marzo sta tirando con il 35% dal campo e lo sguardo di chi vorrebbe essere ovunque tranne lì. Bello viene sistematicamente sovrastato da guardie quindici centimetri più alte di lui. Carr scopre che contro le migliori difese d’Europa ogni vantaggio dura mezzo secondo. Frazier vede un lungo di 215 centimetri uscire sul cambio e comincia a domandarsi perché non sia rimasto a San Pietroburgo. In Europa arrivano sconfitte pesanti e, ancora peggio, diverse partite in cui la Virtus dà l’impressione di non essere realmente competitiva. La fiducia crolla. In Italia la situazione resta inizialmente sotto controllo, ma con il passare dei mesi anche il campionato smette di rappresentare un porto sicuro. A maggio la Reyer ha sostanzialmente scalzato Bologna dal ruolo di seconda forza del campionato e la Virtus si presenta ai playoff con più dubbi che certezze e con la sensazione che la rivoluzione estiva, invece di accorciare il percorso, abbia semplicemente spostato più avanti il punto di partenza.





