All’età di 33 anni, Kevin Pangos ha deciso di percorrere l’ultimo miglio sul parquet e di annunciare il proprio ritiro dal basket giocato. Frenato negli ultimi anni da una catena ritornante di infortuni che ne hanno condizionato la continuità fisica, il playmaker canadese ha affidato a un lungo e toccante messaggio sui propri canali social il bilancio di un percorso umano e professionale di altissimo livello. Un cammino partito dai sogni d’infanzia in Canada, passato per lo storico quadriennio al college di Gonzaga e sbocciato in una carriera di riferimento sui campi di Eurolega, prima del sospirato approdo nella lega professionistica americana.
L’ex regista, visto in Italia con le maglie dell’Olimpia Milano e di Napoli Basketball, ha ripercorso con lucidità e gratitudine tutte le tappe di una vita dedicata allo spicchi di cuoio:
«Quando ero un bambino portavo un pallone ovunque. Scrivevo i miei obiettivi sopra di esso, ci dormivo insieme, sognavo tutto ciò che avrei potuto raggiungere. Il mio sogno era giocare in NBA e ho fatto di tutto per massimizzare le mie possibilità. Non è stato il percorso che avevo immaginato: non sono stato scelto al draft e ho giocato sei anni all’estero prima di firmare un contratto garantito con i Cleveland Cavaliers a 28 anni. Mi sento fortunato per aver avuto qualcosa che mi faceva svegliare ogni mattina con la voglia di dare tutto».
Pangos ringrazia i club, l’Italia e la battaglia con gli infortuni
Nel suo lungo messaggio di commiato, Pangos ha voluto ringraziare la propria famiglia, lo staff di agenti e preparatori, oltre a tutti i club e le nazionali che hanno segnato la sua parabola sportiva: Gran Canaria, Žalgiris Kaunas, Barcellona, Zenit San Pietroburgo, Cleveland Cavaliers, Milano, Valencia, Napoli ed Erokspor. Un viaggio vissuto sempre con profonda dedizione professionale, affrontando a testa alta anche i momenti più bui legati ai problemi fisici.
Con la consueta trasparenza, il classe 1993 ha chiuso la sua lettera rivolgendosi idealmente a quel bambino che tirava da solo per ore nel cortile di casa:
«La mia carriera ha avuto momenti fantastici, ma anche periodi molto duri. Gli infortuni hanno reso gli ultimi anni incredibilmente difficili, ma sono grato di aver lottato abbastanza affinché i miei figli potessero vedermi competere. Non so se un atleta finisca mai la carriera sentendosi del tutto soddisfatto, ma posso dire con assoluta certezza di aver dato tutto me stesso. A quel bambino da solo nel cortile per ore e ore dico: ce l’abbiamo fatta! Abbiamo lasciato tutto sul campo. Ora è tempo di fare lo stesso per il prossimo capitolo».
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