C’è un filo che collega una piccola città della Ciociaria ai grandi palcoscenici di EuroLeague. Quel filo ha il nome di Peppe Poeta, playmaker capace di accendere i palazzetti da giocatore e oggi allenatore in EuroLeague. La sua storia è fatta di talento, ma anche di un percorso costruito mattone dopo mattone, a partire da un’esperienza che lui stesso considera fondamentale: quella a Veroli, come ricorda nell’intervista concessa a Il Messaggero:
«Bellissima. Ricordo l’affetto della gente, ero il più giovane della squadra. In spogliatoio sono stato preso sotto l’ala protettiva dai compagni come Plateo, Carrizo e Cessel, fino a coach Salieri che mi ha dato grande fiducia.»
Veroli, racconta Poeta, era un ambiente raro: accogliente, caldo, con una qualità della vita che lo stesso Kyle Hines — a detta di Poeta — cita ancora oggi come esempio. Un contesto che per un giovane alle prime armi valeva quanto un contratto in una grande piazza.
La partita da 51 punti che ha cambiato tutto
Nel novembre del 2005, in un pomeriggio che sarebbe rimasto impresso nella memoria di chi c’era, Poeta chiuse la gara contro Forlì con 51 punti segnati, trascinando la sua squadra al successo per 114-105. Una prestazione che andò ben oltre il semplice tabellino:
«Fino ad allora non ero mai stato nei radar dei grandi club e non avevo mai giocato nelle nazionali giovanili: la mia reputazione era quella di uno scorer da serie minori. Quella prestazione ha cambiato tantissime cose.»
Decisivo, in quel percorso, fu anche il ruolo di coach Salieri: un allenatore dalla visione chiara, esigente, ma senza timori nel lanciare i giovani. Per Poeta, quella disponibilità a fidarsi di lui fu determinante quanto i punti messi a referto.
Poeta: da playmaker ad allenatore, senza perdere se stesso
La carriera da giocatore ha portato Poeta fino alla finale scudetto con Brescia. Poi la svolta verso la panchina, spinta da figure come Messina e Pozzecco, che per primi hanno visto in lui qualcosa che lui stesso non aveva ancora riconosciuto.
«Loro hanno visto in me un potenziale allenatore, qualcosa che neppure io sapevo di avere, e mi hanno convinto a intraprendere questa strada quando inizialmente non ero affatto convinto.»
A 39 anni è diventato capo allenatore. Oggi si confronta ogni settimana con EuroLeague, una competizione che definisce «spietata», dove il livello tecnico e tattico non lascia margini. La giovane età rispetto agli altri colleghi di panchina è un tema che affronta con lucidità: l’esperienza recente da giocatore gli permette di capire le esigenze dei suoi atleti, mentre la rapidità decisionale da playmaker lo aiuta nella gestione dei momenti critici. Vantaggi e svantaggi, dice, convivono:
«Cerco di godermi il momento. Sono diventato capo allenatore a 39 anni e ho giocato la finale scudetto con Brescia: abbiamo vinto quello che si poteva vincere. So che verranno momenti difficili, quindi cerco di prolungare il momento positivo il più a lungo possibile, sapendo di essere una persona fortunata.»
La bussola, alla fine, è semplice: restare se stessi, pretendere entusiasmo e impegno, e ricordare che ci si diverte davvero solo quando si vince.





