A Oklahoma City c’è chi lo fischia ancora per l’addio del 2016. Kevin Durant, oggi alla seconda stagione con gli Houston Rockets, ha raccontato a ESPN, per il documentario E60 “The Oklahoma Standard”, cosa sono stati per lui gli otto anni ai OKC Thunder. Dalle sue parole emerge un legame che il tempo non ha cancellato.
1. «Ho ancora un debole per quello Stato»
È la frase che riassume tutta l’intervista. Durant ammette che affrontare questi Thunder è dura, ma che una parte di lui resta legata a Oklahoma: «Ho ancora un debole nel cuore per quello Stato».
2. La città lo aspettava prima ancora di conoscerlo
Arrivato nel 2008, a 19 anni, Durant trovò una squadra giovane e perdente. Il pubblico però si comportava come se tifasse per una contendente al titolo: secondo lui l’intera regione aspettava da anni una squadra tutta sua, e lui si sentì a casa dal primo giorno.
3. I Thunder hanno dato a Oklahoma City un’altra identità
Per chi non c’era mai stato, ricorda Durant, Oklahoma City voleva dire solo una cosa: l’attentato del 1995 e Timothy McVeigh. La squadra è diventata il modo per uscire da quell’ombra e dare allo Stato un motivo di orgoglio. Lui stesso dice di essersene reso conto solo strada facendo.
4. Il giorno al memoriale ha cambiato il senso della maglia
Sam Presti portò i giocatori sul luogo dell’attentato e raccontò loro cosa aveva vissuto la città. Durant lo definisce un momento molto forte: da allora giocare per i Thunder significò rappresentare una comunità, non solo una squadra.
5. Altrove la partita è un passatempo, lì era tutto
Durant ha giocato nelle piazze più grandi della lega, e il confronto è netto. Nelle metropoli la partita è un’opzione tra Broadway, baseball e football, e c’è chi arriva a metà primo quarto. A Oklahoma City il palazzetto era pieno e in piedi già durante il riscaldamento, e lui immaginava i paesi dello Stato fermarsi per guardare le partite.
6. Una squadra organizzata in modo quasi militare
Nei primi anni i Thunder si muovevano sempre insieme: vestiti uguali in aereo, gruppo compatto in hotel. In trasferta sei o sette giocatori andavano insieme al centro commerciale, in tuta Thunder. Si allenavano prima nella palestra di un piccolo college, poi in una vecchia pista di pattinaggio ristrutturata. Durant dice di aver visto la franchigia crescere dalle fondamenta.
7. Il titolo 2025? Avrebbe voluto vincerlo lui
Dopo la sconfitta nelle Finals 2012 la città accolse la squadra quasi con una parata. Già allora Durant capì che, se fosse arrivato un titolo, la festa sarebbe stata enorme. Ammette che avrebbe voluto essere la sua squadra a portarlo a casa, ma dice di essere orgoglioso da ex, perché quel trionfo è l’evoluzione di ciò che avevano iniziato.
8. Shai e Jalen Williams, gli eredi
Durant dà a Presti il merito di aver raggiunto la sua forma migliore, e indica in Shai Gilgeous-Alexander e Jalen Williams i giocatori che hanno costruito sulle basi lasciate dalla sua generazione. È un riconoscimento che oggi pesa di più, a pochi giorni dal grave infortunio che terrà Williams lontano dal campo per mesi.





