Guai a voi se osate soprannominarli Invencible Armada. Il fallimento dell’impresa finanziata da Filippo nel tentativo di sovvertire l’egemonia marittima dell’Inghilterra di fine diciassettesimo secolo dovrebbe farvi desistere, soprattutto nel caso siate scaramantici, dall’avvicinare quel nomignolo a qualsiasi progetto bellico spagnolo. L’annata 2021-2022 sta suggerendoci però qualcosa di diverso: 5 cavalieri di bianco vestiti, guidati sul parquet da battaglia da un comandante tra i più esperti e valorosi, stanno dando vita a una cavalcata sino al momento non priva di irte difficoltà o sconvenienti inciampi, ma che rivela ogni giorno di più la solidità e la quadratura della costruzione di un esercito d’élite. In patria solo Gran Canaria, nella campagna europea Olympiacos e UNICS Kazan. Solo loro, in grado di rallentare l’avanzata delle agguerritissime merengues, conosciute volgarmente come Real Madrid Baloncesto.
IL COMANDANTE E IL SUO ARSENALE
Raramente i brani del basket proposto dalla squadra di coach Pablo Laso mostrano fasti eccessivamente scintillanti o spumeggianti. Non è la squadra spettacolare che ogni tifoso si augura un giorno di tifare. E difficilmente lo diventerà nel corso dell’anno, considerando sia la storia del club che i nomi che costituiscono il roster. Laso, tuttavia, nel corso della decennale carriera da assistente e da capo allenatore, ha maturato così tanta esperienza da non aver metabolizzato il boccone, talvolta duro da digerire, del compromesso da raggiungere tra il turbinio abbacinante mostrato dai propri uomini sul campo e l’ammonticchiarsi dei referti rosa sulla scrivania della dirigenza al termine delle stagioni. Una modesta carriera da giocatore che lo ha visto transitare anche da Trieste è stata ricompensata dai trionfi ottenuti sulla panchina dei blancos, di cui ha preso le redini nel 2011 in seguito all’addio di Messina e l’interregno di Lele Molin. Raccolto dopo anni di alterne fortune, l’allenatore cresciuto a Vitoria ha creato nel corso degli anni un impianto di gioco collaudato ed estremamente efficace, che ha consentito al Real di sfoggiare in bacheca uno sproposito di trofei (5 campionati nazionali, 6 Copa del Rey, 7 supercoppe, l’Intercontinentale del 2015 e 2 Eurolega). Poche volte come in questi mesi inziali si ha avuta la sensazione di vedere un Real tanto efficiente: anche nelle serate annebbiate come l’ultima uscita contro il Maccabi, dove gli israeliani di coach Sfairopoulos hanno indubbiamente giocato meglio, la resilienza del manipolo di Laso ha avuto alla lunga la meglio. Non i più belli, nemmeno invencibles. Ma in testa alle classifiche, spagnole e continentali, ci sono loro.
L’analisi dei numeri consente di valutare aspetti del Gioco che sovente passano inosservati agli occhi degli osservatori più superficiali. Nel caso del Real, questi sono tanto lampanti quanto facilmente deducibili anche tramite il tanto bistrattato, ai giorni nostri, eye test. Il roster di Laso non è oggetto di feticismi per gli amanti dei “numerelli hipster”, in quanto esplicita sul campo in maniera inequivocabile e limpidissima le proprie caratteristiche. Una frase come “Diresti mai che l’UNICS ha il secondo miglior Defensive Rating?” non è applicabile alla galassia Real. Il Real che si mostra è il Real che è. Che sia un vantaggio, segnale di una squadra che ha già raggiunto un amalgama e un’intesa invidiata da big e non? Che sia uno svantaggio, simbolo di una squadra priva di imprevedibilità o di eccezionali picchi di estro e fantasia? Ai posteri l’ardua sentenza, direbbe Don Lisander. Alcune cifre, però, pongono l’accento sulle svariate frecce, già scoccate o ancora riposte nella faretra, a disposizione di lìder Laso.
In Eurolega, solo Olympiacos ed Efes scagliano più triple del Real. La resa percentuale dei blancos si assesta su un misero 34%. Tiratori seriali come Llull e Fernandez, pur stabilizzandosi ai primi posti per tentativi da tre punti, stanno sparando abbastanza a salve per i loro standard. Gli uomini di Laso sono anche coloro che perdono più palloni, compensando solo parzialmente col dato delle steals. Quando il tuo miglior realizzatore è Guerschon Yabusele (12,5 PPG), le domande sulla bontà del tuo attacco dovrebbero sorgere spontanee. Eppure, questi sono considerabili campanelli d’allarme? No: eccessivo e ingeneroso. Piuttosto, spunti da sottoporre allo staff tecnico per limare dettagli che potrebbero risultare decisivi con l’arrivo della primavera. Ci scoccia ripeterlo: questo Real non è ancora invencible. Il rischio, però, è sempre quello. Il parallelo possibile col Bayern Monaco del calcio è immediato: ormai assuefatti dal vederli competere per le massime competizione, spesso si sopravvaluta la componente della ripetitività rispetto a quella dell’efficacia. Appaiono di meno, pur sciorinando la miglior qualità associabile alla pallacanestro delle nostre latitudini. Sempre il solito Real: niente di particolarmente nuovo, nulla di particolarmente eccitante, nulla da segnalare fuori dal conosciuto spartito. Un’orchestra di sublimi esecutori, gestita da un direttore che ha calcato i palcoscenici dei teatri più prestigiosi, priva di illuminati improvvisatori capaci di rinnegare la partitura per affidarsi all’estro inventivo? È più complicato di così è espressione ormai inflazionata o ha ancora validità?
