Stephen Wardell Curry è un essere umano. Sembra strano dirlo, a maggior ragione dopo la valanga di elogi e complimenti ricevuti nei giorni successivi al record di triple raggiunto al Madison Square Garden nella notte tra martedì e mercoledì. Steph è umano perché sbaglia anche lui. Non tanto in campo, dove pochi nella storia hanno tenuto percentuali di realizzazione tanto alte. Non tanto a livello caratteriale o morale: rarissimi i casi che si ricordano di comportamenti riprovevoli, con l’enorme eccezione del paradenti scagliato nel finale di gara6 del 2016. Stavolta Steph ha toppato clamorosamente davanti ai microfoni. Euforico per il traguardo appena superato, Curry ha osato addirittura definirsi “il più grande tiratore di tutti i tempi”. Ma come si permette? Addirittura, il più grande di sempre? Mi spiace Steph, hai sbagliato. Ed è uno dei tuoi sostenitori più accaniti. Non sei un grandissimo tiratore. Non sei il più grande. Sei molto di più.
TUTTO E IL CONTRARIO DI TUTTO
Paradosso dei paradossi: si potrebbe affermare che il miglior shooter della storia sia un compagno di spogliatoio di Steph. Quel Klay Thompson di cui tutti aspettiamo bramosi il rientro post infortunio. Si potrebbe dire che il lavoro in uscita dai blocchi di Jesus Shuttlesworth (Walter Ray Allen per i profani) o di Reggie Miller sia di una qualità ancora superiore. Ma mai come in questo caso occorre andare oltre ai numeri. Sistemi di gioco diversi, epoche diverse, allenamenti e “mode” diverse. Il confronto diretto tra mostri sacri appartenenti a decenni differenti appiattisce le pieghe della storia e dell’evoluzione cestistica americana e mondiale. La grandezza del piccolo Stephen è stata nel condividere il parquet, nelle diverse edizioni vincenti dei Golden State Warriors, con compagni del massimo livello. Ognuno condivideva un carattere del proprio gioco con Steph, facendone la sua caratteristica peculiare e distintiva. Steph, da vero leader, sapeva incarnarle tutte in un’unica figura. Esempi pratici?

Wisconsin vs. Davidson CREDIT: John Biever
Il già citato Klay è ai massimi livelli per letalità nel leggere la difesa sui blocchi e punirla trovando la frazione di secondo sufficiente per scoccare la propria freccia. Si può dire che Stephen non sia sullo stesso livello? Kevin Durant, giunto nella Baia tra enormi discussioni per suggellare con un paio di anelli il dominio offensivo mostrato già negli anni a Oklahoma City. Un attaccante completissimo; uno scorer in grado di crearsi situazioni di vantaggio senza dover dipendere dagli schemi della squadra. Si può dire che Stephen non sia sullo stesso livello. Draymond Green, l’Orso Ballerino. Difensore tra i più intelligenti che abbia mai calcato un parquet; finissimo produttore di assistenze per i tagli dei compagni. Si può dire che Steph non sia sullo stesso livello? Curry, che gli piaccia o no, che sappia o meno riconoscerlo, non è un tiratore. O meglio: è anche un tiratore. Ma non solo. Rendere credibili e accettabili tiri scagliati dai 9 o 10 metri è solo una parte del suo gioco. Costringere le difese avversarie a francobollarsi al 30 appena superata la linea di metà campo è solo una parte del suo gioco.
Potevamo capirlo sin dal 25 novembre 2008. A posteriori, era già tutto chiaro. Era sotto gli occhi di tutti, ma ce lo siamo fatti sfuggire, presi inevitabilmente dalla paura di esporci troppo precocemente sui destini futuri di un mingherlino con la divisa rossa di Davidson. Quel giorno la squadra allenata da Bob McKillop vince con uno scarto di 30 punti contro Loyola, ma Stephen fa registrare un tabellino disastroso. 0 punti, 0/3 al tiro. È la stella della squadra. O almeno, dovrebbe esserlo. Come spiegare allora questa debacle? Semplice: la tattica ordinata da Jimmy Patsos, coach dei Loyola Greyhounds, è quella del raddoppio sistematico sul giocatore più forte degli avversari. Strategia già vista più volte, con efficacia alterna, a livello collegiale. Ma lo si era mai fatto per 40 minuti? No. Lo si era mai fatto a tutto campo? No. Lo si era mai fatto a prescindere che il rivale avesse o meno la palla in mano? No. Risultato? Curry non ha praticamente toccato palla. Missione completata? Parafrasando un trio dalle inarrivabili vette di comicità, com’è che allora si è perso di 30? In quel caso era la difesa a zona contro la fisicità marocchina. Qui l’assioma è abbastanza semplice: difendere 3vs4 per quattro quarti porta, alla lunga, chi gioca in superiorità numerica a prevalere. Ma pensa un po’.





