VIA NEGATIONIS
Playmaker o point guard? Regista della squadra o giocatore più basso e agile sul parquet incrociato? Steph è tutto questo. È un creatore di gioco, nel vero senso delle parole. Crea gioco palla in mano, potendo segnare da qualsiasi posizione in qualsiasi momento dell’azione. Crea gioco servendo cioccolatini ai compagni, chiamati semplicemente a scartarli e a gustare la dolce sensazione dei più facili canestri che segneranno nella loro carriera, imbeccati al bacio dal nativo di Charlotte. Crea gioco lontano dalla palla, attirando le attenzioni delle difese avversarie a causa di una delle gravity maggiori che il Gioco abbia mai conosciuto. Crea gioco attraverso le parole con cui motiva i compagni, in campo e dalla panchina. Crea gioco col sorriso e la predisposizione mentale costantemente positiva, capace di influenzare nel miglior modo possibile l’ambiente attorno agli Warriors. Al Chase Center o in giro per gli Stati Uniti, poca differenza. Basti pensare alla partita con Indiana, immediatamente precedente alla notte el record contro i Knicks. Gli spettatori della Gainbridge Fieldhouse, una delle arene più calde e legate alla propria squadra, fedeli sostenitori dei Pacers a prescindere dai risultati storicamente poco entusiasmanti della squadra, hanno abiurato.

L’atmosfera era quella tipica dei playoff. Elettricità nell’aria, tensione palpabile, nervi a fior di pelle. il pubblico delle grandi occasioni omaggia la grande occasione. Solo che, purtroppo per Sabonis e soci, pareva di essere dalle parti di Oakland o San Francisco. Non perché, delusi dall’annata storta degli Hoosiers, i tifosi di Indiana sperassero di veder perdere la propria squadra. No. Genuinamente, ognuno all’interno dell’arena avrebbe voluto testimoniare in prima persona il raggiungimento delle 2974 triple. Ironia della sorte, Steph si ferma a 2793, con la tripla del pareggio sputata dal ferro. Ironia della sorte, Indiana perde comunque all’ultimo possesso. Record mancato e sconfitta casalinga. Doppia delusione.
Considerarlo il miglior tiratore della storia, si è detto, non riconosce il giusto ordine di grandezza alla carriera di Steph. Ritenerlo il miglior playmaker, forse, non sarebbe del tutto corretto. Vivere nella stessa epoca di tale LeBron Raymone James, automa di oltre due metri epitome del megacreator tanto in voga negli ultimi anni, certo non lo favorisce. Allora Curry cos’è? È, per uno o l’altro verso, sottovalutato. Celebrarne solo alcune delle sue spettacolarità non rende giustizia alla totalità del giocatore che è saputo diventare. Celebrarlo più di altri lo esalterebbe anche oltre alcuni limiti che, causa fisico o contesti di sviluppo de proprio gioco, si presentano invece come lampanti. Sui numeri e sulle percentuali si è detto e scritto ormai tutto. Quello che rimarrà nella storia grazie a Steph non saranno i record o le cifre. Magari anche quelle (Doncic e Young, se tengono questo ritmo, lo scavalcano facile, intendiamoci), ma dovremo ricordarci che prima di Steph l’NBA era una cosa. Durante Steph, l’NBA era un’altra cosa. Dopo Steph e per Steph, l’NBA sarà un’altra cosa ancora. Non necessariamente migliore o peggiore: de gustibus non disputandum est. Diversa, però, sì.





