Nella nostra intervista a Darius Thompson nel formato Backdoor Podcast One to One abbiamo ripercorso tutta la sua carriera parlando di passato, presente, futuro e nazionale.
Qui la versione testuale.
Vero che quando giocavi al Kuban durante una partita hai incontrato due tuoi tifosi venuti direttamente da Brindisi?
Vero, vero. Prima della partita ho sentito urlare il mio nome e li ho visti. Pazzi!
Cosa hai provato in quel momento?
Brindisi è la mia seconda casa. Anche quando giocavamo in Kazakhistan ne go visto uno con la maglia della Happy Casa: gli italiani sono ovunque nel mondo!
Hai giocato per 3 college diversi: qual è stato il momento più importante di quella parte di carriera?
Tutte e tre le stagioni hanno presentato situazioni diverse: il primo anno a Virginia siamo arrivati alle Sweet 16, è stata la prima grande occasione della vita.
Quando hai pensato per la prima volta di venire a giocare in Europa?
Una volta che ho capito che le porte NBA non si sarebbero aperte per me ho cambiato subito mentalità: ho fatto qualche workout in sede di PreDraft ma non se n’è mai parlato seriamente. Hai sempre l’ambizione di giocare al più alto livello possibile, ma già giocare in EuroLeague è moltissimo. La competizione è davvero agguerrita.
In Olanda giocavi molto più da guardia realizzatrice: cosa ha significato per la tua carriera?
Mi ha mostrato di cosa potessi fare effettivamente palla in mano. Era la mia prima esperienza in Europa, giocando in FIBA Europe Cup mi sono confrontato con squadre e realtà sempre variegate. Tra guardia tiratrice e point guard, però, preferisco la seconda: i coaching staff hanno intravisto la combinazione di centimetri e lunghezza che potevo portare in quel ruolo. Sono più naturalmente portato a mettere in ritmo i miei compagni.
Chiedendo a Simone Giofrè, ci ha raccontato che ha proposto il tuo nome a Vitucci che però inizialmente non è rimasto così impressionato. Frank, però, ha cambiato il tuo modo di giocare…
Dopo 2-3 anni giocati da shooting guard, finalmente coach Vitucci mi ha riportato nel mio ruolo naturale. Abbiamo parlato al telefono e mi ha promesso sin da subito “Sarai la nostra point guard“. Non mi serviva che aggiungesse altro: non vedevo l’ora!





