Virtus Bologna e Reggiana in Italia. Ma anche Barcellona, Bayern Monaco, Khimki e i successi con la Finlandia. Che la carriera da giocatore di Petteri Koponen sia stata ricca di successi ed esperienze, ci sono pochissimi dubbi. L’inizio di quella da coach non sembra da meno: da un paio di stagioni è guida dell’NG Team, impegnato anche in occasione dell’adidas Eurocamp 2024. Proprio a Treviso lo abbiamo incontrato, ed è stata l’occasione per spaziare tra diversi argomenti della pallacanestro contemporanea.
Spaziando da Shai Gilgeous-Alexander a Nikola Topic, potrete recuperare l’intervista esclusiva a Koponen qui in formato audio e qui in video.
A tutti abbiamo chiesto le impressioni su questo adidas Eurocamp. Quello più abituato, anche durante l’anno, a vivere situazioni simili a questa, sei tu: come coach della squadra di adidas Next Gen nelle varie tappe dell’ANGT, non è nuovo per te allenare diversi ragazzi che non giocano insieme durante l’anno. Come ci si relaziona con loro?
È interessante, un processo con un inizio sempre diverso. Lavorando con l’adidas Next Gen dal 2022, ogni volta abbiamo una squadra nuova, un nuovo gruppo di ragazzi.
È sempre una sfida, cercare di utilizzare i tuoi giocatori in modo che ognuno possa fare meglio in un breve periodo di tempo. Ma è sempre notevole vedere come i ragazzi competono tra di loro e come cercano, a prescindere da tutto, di giocare insieme.
Anche qui a Treviso, non potrei essere meno soddisfatto col gruppo di lavoro che si è creato. Coi ragazzi stiamo battendo sul tasto della condivisione del pallone: abbiamo parlato prima degli allenamenti iniziali di come vorremmo vedere prendere le decisioni corrette, senza forzare i possessi offensivi.
La fortuna, derivata dalla bontà di scouting dell’organizzazione, è che ogni ragazzo che stiamo allenando è una persona intelligente, che conosce il gioco.
Durante la tua carriera da giocatore professionista hai fatto esperienza sostanzialmente di ogni scuola di coaching possibile in Europa: Italia (Boniciolli, Lardo, Finelli, Trinchieri, Martino, Caja), Balcani (Radonjic e Kostic), Spagna (Sito Alonso), Grecia (Bartzokas), Baltico (Kurtinaitis). Riesci a trasportare un pezzo di ognuna nell’allenare ragazzi che si uniscono solo un mese o una settimana all’anno? O preferisci concentrarti solo su alcuni aspetti?
Penso che l’importante è dare un’idea chiara di cosa vogliamo fare, sia in attacco che in difesa. Deve essere un concetto tanto semplice quanto espresso sin da subito. Deve essere evidente, esplicito, così i ragazzi possono concentrarsi unicamente sul gioco e non pensare troppo ad altro. Bisogna essere immediati, altrimenti ci si trova a riflettere anche mentre si gioca su gerarchie e filosofie.
Non è ciò che vogliamo: vogliamo che giochino, che usino il loro talento e tutta la fisicità. L’obiettivo è trasmette loro la confidenza e la fiducia per impattare in maniera decisiva in campo. E questo credo che sia alla base di ogni modo di vedere in maniera corretta la pallacanestro, che lo faccia un italiano o un finlandese…
E rispetto alla tua carriera da pro’, quali differenze puoi trovare tra i giovani giocatori che alleni e quelli incrociati ai massimi livelli europei da cestista? Rispetto ai tuoi anni alla Virtus, al Barcellona o al Khimki, si è più perso qualcosa o si è aggiunto di più in altri ambiti?
Entrambe, in definitiva. Questa nuova generazione sia molto più dinamica: il gioco è più veloce, il pallone e i corpi si muovono molto di più. Gli atleti esprimono velocità e altezze imparagonabili. Una cosa che vedo, non soltanto in Europa ma nella pallacanestro attuale in generale, è che emergono sempre meno realizzatori puri.
Non so se, perché i giocatori sono più atletici, si ha meno tempo e spazio per costruirsi un tiro, ma percepisco che la pallacanestro si sta allontanando da quei canoni. Forse era così quando giocavo, forse perché si aveva più tempo…
[SECONDA PARTE A BREVE DISPONIBILE SUL NOSTRO SITO].



