Uno dei momenti più bassi del nostro basket recente è stata la faccendo che ha coinvolto Ron Rowan a Pistoia con Dante Calabria come coach. Delegittimato ed esautorato. Qui il suo racconto in esclusiva.
La situazione esplode quando ti viene imposto di far giocare il figlio del presidente a Cremona. Come si è sviluppata la vicenda?
Andava avanti da tempo, già dal training camp. Era evidente che, pur essendo io l’allenatore, il presidente volesse allenare. Sono un coach aperto ai suggerimenti e al confronto, ma quando ti viene “ordinato” cosa fare, diventa pesante, soprattutto se non coincide con le idee mie o dello staff. In preseason abbiamo faticato perché stavamo cercando assetti e stili. A stagione iniziata eravamo pronti a competere: non per vincere il campionato, la lega era troppo forte, ma per stare al livello delle nostre concorrenti. In tre partite: battemmo Napoli, per noi diretta rivale salvezza; perdemmo con la Virtus Bologna, poi campione, giocando; e vincemmo a Cremona sulla sirena. Eppure, dopo la vittoria, sul pullman nessuno esultava: l’ambiente era tossico. Mentalmente logorante, ogni giorno. Mi dispiaceva per gli assistenti e i giocatori. Una città e un club con storia non meritavano quel clima.
Pubblicamente sono usciti video con il presidente a condurre l’allenamento mentre tu eri in disparte. Come hai gestito, da allenatore, il fatto di vedere il proprietario in campo al tuo posto?
Dopo Cremona non ho più allenato la squadra, né in allenamento né in partita. Ero presente fisicamente, ma non facevo più parte del progetto. Spessissimo gli allenamenti erano “i suoi allenamenti”. Io stavo seduto. Probabilmente voleva che me ne andassi, ma decisi di restare perché la situazione si chiarisse da sola. È stato frustrante e duro mentalmente, e mi dispiaceva per gli altri coach e soprattutto per i giocatori: non stava colpendo solo me, ma tutti — società, staff, tifosi, sponsor. Il martedì dopo Cremona, dieci minuti prima dell’allenamento, entrò dicendo: “Da ora l’attacco lo faccio io. Tommy prendi la difesa. Se vedi qualcosa, fai un suggerimento.” Io ero il capo allenatore, ma il messaggio era chiaro. La fine, di fatto, era già scritta.
A un certo punto subisci anche un provvedimento disciplinare. Con quale motivazione? Sembrava un modo per spingerti ad andartene.
Sì, volevano che lasciassi. Avevo tre anni di contratto e non avevano nulla di concreto contro di me. Ho documenti e registrazioni di ciò che mi è stato detto. Era un tentativo di farmi dire “me ne vado”. Ho preferito restare fermo: la verità sarebbe emersa. Tutto ciò che uscì su di me — che non facevo questo o quello — era privo di fondamento. E alla fine si è visto.
Dal punto di vista del gruppo, come hanno gestito i giocatori una situazione in cui il presidente delegittima l’allenatore e si mette ad allenare lui?
All’inizio andava discretamente, poi in preseason ci furono piccoli episodi e i ragazzi capirono che c’erano favoritismi verso il figlio. Provavamo a dare regole e disciplina, ma non venivano supportate dal presidente. La situazione diventò difficilissima. Non a caso diversi giocatori chiesero di andare via e poi andarono via: l’ambiente era tossico. Gli italiani, in particolare, meritano una medaglia per come hanno retto: da giocatore, non so se avrei gestito così bene tutto questo. Nessun giocatore o coach dovrebbe mai trovarsi in condizioni del genere.





