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La fine dell’era Messina: Milano perde il suo “alibi” e un pezzo di (grande) storia

Il saluto di Ettore Messina al popolo dell’Olimpia Milano, affidato a una lettera, trasmette chiaramente la percezione – da parte dello stesso coach – di essere diventato il problema che impediva alla squadra, all’ambiente e alla società di ritrovare i fasti delle Final Four del 2021. Questa volta, però, la sua è una presa di coscienza non revocabile come era accaduto in passato, quando le dimissioni erano state rassegnate e poi respinte dal management. È probabile che anche quelle affondassero le radici nella stessa sensazione di disturbo e di peso che ha portato alla decisione definitiva di queste ore.

Messina resterà consulente di Leo Dell’Orco fino al termine della stagione. E poi? Rimarrà all’interno della società Olimpia Milano o chiuderà definitivamente questo capitolo di una carriera straordinaria, per certi versi incomparabile? Se ne parlerà a tempo debito. Adesso è normale che a dominare siano le emozioni, ma serve anche separare le reazioni di pancia da un’analisi lucida degli ultimi anni.

È innegabile che nelle ultime stagioni Milano sia apparsa spenta: a tratti sfortunata, certo, ma evidentemente appesantita da un clima interno che ha tolto leggerezza e sorriso. Da un paio d’anni i giocatori cambiano, ma la squadra che scende in campo mostra costantemente lo stesso linguaggio del corpo: tensione, ansia da perfezione, un irrigidimento che – giorno dopo giorno – sembra contribuire a una frequenza di infortuni difficile da spiegare, digerire o giustificare.
Tutto ciò che di splendido Milano aveva mostrato nel 2021, con la cavalcata fino alle Final Four, non si è più visto. A prescindere dagli interpreti (e di campioni ne sono passati molti), la sensazione costante era che ogni vittoria fosse una liberazione e ogni sconfitta un macigno. Questa percezione ha accompagnato l’Olimpia nelle ultime due stagioni e mezzo. E purtroppo, il denominatore comune – anche in questo avvio di annata – è stato proprio la gestione tecnica.

Scaricare tutte le colpe su Messina? No.

Sarebbe cieco e riduttivo. Da quando ha preso in mano la squadra, Messina ha dato credibilità, serietà e appeal a un progetto che, in città, negli anni precedenti aveva sì portato qualche nome importante, ma raramente giocatori di pedigree europeo e ancor più raramente con continuità.

Il motivo per cui Rodriguez, Hines, il “ritorno” di Melli, Mirotic, Guduric e molti altri hanno scelto Milano è la presenza di Messina. Se è vero che ha fallito nello sviluppo di alcuni giocatori (soprattutto italiani), è altrettanto vero che ha pescato e valorizzato profili diventati top europei: Shavon Shields, Kevin Punter, Zach LeDay, Devon Hall, tutti prodotti della sua gestione tecnica. E occhio anche all’ascesa di Armoni Brooks.
Ovviamente ci sono stati i Pangos, i Mack e altri flop pesanti, costati stagioni intere, ma la tendenza a ricordare solo il negativo va bilanciata dall’oggettività dei fatti.

Come ogni ciclo, ci sono state luci e ombre. Non solo drammi: l’Olimpia ha vinto tre scudetti consecutivi, Coppe Italia, Supercoppe e ha raggiunto una Final Four. È vero: quella F4 è rimasta un episodio isolato all’interno di campagne di Eurolega logoranti e spesso deludenti, ma il palmares resta.


L’eredità nascosta: un’Olimpia professionale, moderna, “NBA-like”

Grazie al compianto Giorgio Armani e a Ettore Messina, Milano è diventata un posto dove tanti giocatori vogliono venire, vivere, lavorare. Anche chi non ha inciso racconta l’Olimpia come un ambiente “NBA-like”. E spesso ci si ferma alla superficie, ma tutti quei giovani fenomeni come Lonati, Suigo e Garavaglia, sono loro pure il prodotto finito di un’intelaiatura da franchigia NBA che cura ogni livello, portata come concezione proprio da Ettore Messina con il suo background.

Ora che il ciclo è davvero finito, è giusto tirare una riga e pesare tutti gli aspetti. Ognuno deciderà quale valore dare a ogni elemento. Di sicuro l’epilogo non è stato il migliore. Probabilmente interrompere il percorso un anno prima sarebbe stato il modo più corretto per onorare uno dei più grandi allenatori che l’Italia abbia mai prodotto, senza trascinare la corda fino all’inevitabile rottura.
Lasciare non è mai facile, soprattutto per chi ha vinto così tanto e desidera sempre chiudere all’apice. Ma questa volta il timing ha trasformato un addio da “giù il cappello” in una separazione che richiederà tempo per essere metabolizzata e letta nella giusta ottica.

E ora? L’Olimpia respira aria nuova. Ma finisce anche un alibi.

La parte positiva per Milano è la possibilità di ricominciare con idee e logiche diverse, di sicuro la guida Poeta porterà tanti cambiamenti nella gestione del quotidiano, ma la parte più dura è che, da oggi, non c’è più l’“alibi Messina”.

Chi va in campo ora deve prendersi le responsabilità che gli spettano, mostrarne il peso e dimostrare di meritarle. Altrimenti, emergeranno nuovi problemi e nuovi “alibi”. Perché da questo momento la narrativa cambia: non si può più nascondersi dietro la figura del coach e chi di questo gruppo è il leader dovrà fare come la bustina del tè nell’acqua bollente: dimostrare cosa c’è dentro.

Simone Mazzola
Simone Mazzola
Simone Mazzola è ideatore e fondatore di Backdoor Podcast. Giornalista pubblicista iscritto all'albo, segue e racconta il basket quotidianamente da oltre vent'anni. Nel corso della sua carriera ha collaborato con redazioni del calibro di FoxSports e del sito italiano NBA. È inoltre autore del libro "American Dream: un infiltrato alle NBA Finals".X: https://x.com/mazzola_simone IG: https://www.instagram.com/datruth84/

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