Torniamo indietro con le lancette: a quando risale il primo approccio con la pallacanestro?
Mio nonno e mio padre erano entrambi allenatori, quindi il basket ha caratterizzato tutta la mia vita. Grazie alla mia famiglia ho iniziato a giocare da che io ricordi, praticamente quando ho iniziato a camminare ho iniziato anche a palleggiare.
Sei stato anche allenato da tuo padre agli inizi. Ti ha aiutato questa doppia relazione padre/figlio e coach/giocatore o è stato difficile bilanciare i due aspetti?
Alcuni giorni era davvero tosta vederlo anche in macchina e a casa dopo un brutto allenamento o una partita giocata male, ma alla fine mi ha sempre voluto preparare al meglio per la mia carriera futura. Onestamente quando sono arrivato al college è stato più facile, un po’ perché non mi allenava più lui e un po’ perché non mi aveva regalato nulla prima. Mi ha sempre stimolato e motivato, spingendomi a migliorare sotto alcuni aspetti e proteggendomi sotto altri. Arrivato al college avevo in questo modo già l’etica del lavoro e la sicurezza di non subire eventuali rimproveri.
Pensi che, se tuo padre non ti avesse allenato, saresti un giocatore diverso?
Averlo avuto come coach mi ha aiutato, senza dubbio. Mi ha spinto a essere la miglior versione possibile di me stesso. È piacevole avere qualcuno che ti insegna il Gioco perché è in grado di capirlo e non vuole che tu ti possa accontentare. Qualche volte avrebbe potuto risparmiarmi qualche sgridata perché ero più forte degli altri ragazzi, ma in fin dei conti mi è stato davvero utile lavorare così duramente sul mio gioco durante l’high school.
Che significato dai alla tua esperienza a Wright State? In Italia si conoscono principalmente Duke, North Carolina e poche altre powerhouse del college basketball, ma la realtà NCAA è fatta anche di realtà molto più piccole ma con la stessa qualità nello sviluppo dei giovani talenti…
È stata un’esperienza meravigliosa. Non è il programma più grande del paese, ma Wright State mi ha aiutato davvero molto a migliorare e a crescere col lavoro. Ho conosciuto bravissimi compagni e allenatori, sono migliorato costantemente negli anni.
Backdoor è la casa di “The Process”, podcast di Luca Virgilio che racconta il dietro le quinte del programma collegiale cestistico di Nebraska University. Luca ci ha già accennato qualcosa del transfer portal: potresti raccontarci la tua esperienza personale, dato che due estati fa hai inserito lì il tuo nome?
Per gli atleti collegiali esiste il cosiddetto “transfer portal”, grazie al quale i coach possono contattare i ragazzi che decidono di cambiare college in cui giocare. Da lì si inizia il recruiting delle singole università: per me è stato leggermente diverso, perché mi ero già laureato a Wright State. Io ero un “graduated transfer”: il portal permette a quelli come me di mantenere la loro eleggibilità per un anno in più rispetto agli altri e alle altre università di dare una scholarship in più oltre a quelle destinate ai ragazzi non ancora laureati.
Da qui la scelta di Virginia Tech. Perché proprio gli Hokies e non altri college?
Ho subito pensato che fosse un buon fit. La possibilità di giocare nell’ACC (Atlantic Coast Conference, ndr) e giocare contro Duke, North Carolina, NC State e le altre era un plus non da poco. Tutti i bambini sognano di affrontare squadre del genere!
Contro Duke hai giocato una partita memorabile. 24 punti, 10/15 dal campo. Cosa ricordi? La definisci la tua migliore gara della carriera collegiale?
Tutti desiderano giocare al meglio sul palcoscenico più prestigioso. Duke è una squadra contro cui tutti vogliono far bene, è stato bellissimo giocare al loro livello. Ho giocato bene, ma più di tutto abbiamo vinto: il pubblico era impazzito!





