Al punto da coronare un sogno: approdare al Real Madrid.
“È stato come vivere in un sogno. Da bambino guardavo le partite di calcio del Real Madrid, ero un tifoso di Zinedine Zidane. Quando ho messo piede a Madrid per la prima volta ho pensato che avrei dovuto fare di tutto per restarci il più a lungo possibile, diventare uno di loro, aiutarli a continuare a vincere. Vincere trofei è il motivo principale per cui vuoi giocare a Madrid. Il mio obiettivo era giocare a quel livello e poi diventare importante nelle vittorie del Real. È stato un percorso incredibile, lungo sette anni, con alti e bassi, grandissime vittorie e anche qualche fallimento. Abbiamo perso qualche finale importante, altre le abbiamo vinte. Ovviamente, è stato il periodo più importante della mia carriera, in cui sono stati vinti 14 titoli, e anche per un club come il Real Madrid si è trattato di un ciclo speciale”.
Dopo la prima EuroLeague, Pablo Laso disse che avresti dovuto essere l’MVP delle Final Four, diquella vittoria sul Fenerbahce con 17 punti, 3/3 da tre.
“Sono orgoglioso di quel che ho fatto. Tutti i giocatori vogliono costruirsi una reputazione attraverso le vittorie, ma poi in quelle partite devi andare in campo e giocare bene. Io ho sbagliato qualche finale, devo essere onesto, ma fortunatamente sono più quelle in cui ho giocato bene. Sono partite in cui senti l’adrenalina scorrerti dentro, perché sai che hai lavorato tutto l’anno per essere in campo proprio in quel momento. E vuoi portare a casa il trofeo, cercare il modo di farlo, con una difesa, qualche punto, qualsiasi cosa serva per vincere. Odio perdere. Durante la stagione ci sono sempre momenti complicati, ma quando arrivano le grandi partite devi essere la miglior versione di te stesso”.
Ma l’MVP fu Luka Doncic.
“Era incredibile. Ho giocato un anno con lui e condividevamo la stanza; quindi, posso dire di aver trascorso tanto tempo con lui. Non immaginavo che si sarebbe affermato così velocemente. Quando è andato nella NBA ricordo gli dissi che il primo anno sarebbe stato complicato, difficile. E invece ha conquistato tutti fin dal primo giorno. Il livello di maturità che aveva già da giovanissimo, il controllo di ogni movimento o situazione ti facevano capire che non era un giocatore normale, ma un fenomeno speciale. È stato una gioia, non capita spesso di vedere tanti giocatori come lui”.
In Francia però è un momento speciale, ogni anno il draft spedisce nella NBA qualche supertalento francese.
“Abbiamo tanti atleti di alto livello, ma la differenza è che adesso sono tutti più tecnici di quanto lo fossero prima. Tutti sanno palleggiare, tutti sono in grado di tirare bene, si stanno evolvendo continuamente. Quando hai grandi atleti che sanno giocare sei anche in grado di fare cose speciali e noi in Francia possiamo farle adesso”.
