HomeLega BasketDaniel Hackett: "Non è ancora il momento di ritirarsi"

Daniel Hackett: “Non è ancora il momento di ritirarsi”

Nel giorno del derby di EuroLeague tra Olimpia Milano e Virtus Bologna, Daniel Hackett ripercorre la sua carriera in una intervista a La Repubblica. Intervista in cui Daniel Hackett parla degli inizi a Siena, del trasferimento a Milano e del suo ritorno in Italia alla Virtus Bologna.

Ecco le dichiarazioni più importanti di Hackett.

Sull’esperienza a Siena

“Ero forte, sì. Si può dire decisivo. Giovane, pieno di energie. A Siena toccai il mio massimo. Mi formò nell’etica del lavoro, entrai con la testa giusta in un gruppo vincente, pronto ad assorbire cosa serviva per farlo. Accettai malvolentieri di andare a Milano. Dove stappammo quello scudetto atteso da 18 anni”.

Sull’Olimpia Milano

“La squalifica in Nazionale, le chiacchiere di bella vita: a Milano non andò come doveva andare. Se mi riguardo allo specchio confesso tanti errori, in campo e fuori, di poca maturità. Poi se ne dicono tante, anche se sono solo andato a letto qualche sera un paio d’ore più tardi. Milano non era una piazza facile, con Siena ero stato il nemico, fui accolto bene ma mi sentivo addosso una lente d’ingrandimento. Colpa mia, ma mi servì. Sbagliai molto, crebbi molto”.

Sulla Virtus Bologna

“È il culmine del cammino. Un club glorioso e un posto dove il gioco lo conoscono, lo amano, lo discutono. Vinta l’EuroCup, entrati in EuroLeague, uno scudetto lo vogliamo. È sempre mancato qualcosa, ma era poco e prima o poi lo troveremo. Intanto, ringrazio chi mi ha dato fiducia. Spero di ricambiare”.

Sul futuro

“La birra c’è. E c’è il fuoco dentro. Anzi, è tornato. Ho avuto un ultimo anno difficile, fisicamente orribile. A marzo d’un anno fa un guaio alla cartilagine del ginocchio, non ero più io. Poi ci aggiunsi problemi miei. Il fuoco non era spento, ma affievolito. Ora lo sento riacceso, in una squadra che ha ritrovato stimoli, anche se ha preso belle sberle. Ho accettato di sfidare l’età. E l’ho piantata di dire troppi okay. Non sono più quello di prima. Okay. Posso anche giocare meno minuti. Okay. Posso contare meno. Okay. Ho fatto una battaglia con me stesso per non ascoltare nelle voci intorno questa falsa percezione che il mio tempo fosse passato. È stata lunga, ma ora voglio giocarmela con tutti.

Un altro anno di contratto ce l’ho e sono convinto che non sarà l’ultimo. Se sto come adesso, tiro dritto. Con qualità, spero. Incidendo ancora, giocando meno. Poi, quando avrò chiuso, non mi vedo allenatore. Troppo complesso, e ho girovagato abbastanza per non vedermi finalmente fermo, a Pesaro, in famiglia, e magari in palestra a tirar su una squadra di ragazzini. Un po’ come mio padre Rudy, che venne in Italia a giocare, poi ha allenato, oggi sta in pensione a Los Angeles, ma due consigli in campo va a darli ancora. A me compreso. Guarda le partite e dopo scrive. “Non sei stato intelligente”, l’ultima volta che ho preso tecnico ed era un quinto fallo. Già, m’è capitato spesso. Devo migliorare. Continuo a provarci”.

Stefano Sanaldi
Stefano Sanaldi
Quello con la palla a spicchi è stato amore a prima vista. Una volta appese le scarpe al chiodo, ho deciso di allenare le nuove generazioni per rimanere in questo fantastico mondo. E poter scrivere di pallacanestro è un piacere e un onore.

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