Il contratto è scaduto, e con esso si chiude ufficialmente il ciclo di Ettore Messina all’Olimpia Milano. Ieri è arrivata la data di fine rapporto, che riguardava sia il ruolo in panchina sia quello nelle Basketball Operations. Un addio che il tecnico racconta senza rimpianti, ma con la lucidità di chi sa di aver lasciato qualcosa di concreto, come ha raccontato a La Gazzetta dello Sport:
“La soddisfazione di chi sa di aver dato tutto e aver contribuito a costruire qualcosa che durerà nel tempo” dichiara l’allenatore. Messina ripercorre l’inizio di questa avventura: nell’estate del 2019 fu Giorgio Armani a invitarlo a casa propria. Da lì nacque un progetto che ha portato a Milano la Supercoppa del 2020, la doppietta Coppa Italia-scudetto nel 2022 e la terza stella nel 2023. In mezzo, anche la Final Four di EuroLeague nel 2021, traguardo che mancava da 29 anni. Furono Leo Dell’Orco e la dottoressa Tadini a proporgli il doppio incarico — allenatore e presidente delle Basketball Operations — una formula inedita per il basket italiano.
Messina e il doppio ruolo: cosa ha funzionato e cosa no
Sul versante dirigenziale, Messina è onesto nel fare i conti con se stesso. Ha rappresentato l’Olimpia nei colloqui con i vertici dei principali club di EuroLeague, ha partecipato alle attività di Lega insieme ai dirigenti del club, e si è confrontato con figure di spicco del basket internazionale. Un’esperienza che definisce importante anche in prospettiva futura. Ma il campo gli è mancato;
“Sul piano del cambio di mentalità, sono contento di quello che abbiamo fatto rispetto agli obiettivi affidati dal Signor Armani. Tornassi indietro, a metà più o meno, dopo il secondo scudetto, avrei fatto meglio a lasciare la posizione dirigenziale a qualcun altro. Anche per mettere fine a tutte le polemiche.”
Sul piano tecnico, il coach 66 enne traccia una linea che attraversa decenni di carriera: dalla Benetton di Tyus Edney alla Virtus di Manu Ginobili, fino all’Olimpia del “Chacho” Rodriguez, squadre diverse per caratteristiche e velocità di gioco. La sfida più dura, però, non è stata tattica:
“La parte più difficile è stata l’aumento del gap generazionale, perché mentre tu invecchi i giocatori ringiovaniscono: se prima avevano 15 anni meno di te, adesso ne hanno 30 o più di meno. Ma una delle più grandi soddisfazioni dell’ultimo anno è stata relazionarmi con giocatori che hanno dimostrato disponibilità a quello che gli stavo proponendo un vecchio allenatore come me.”
Il passaggio di consegne e il futuro
La torcia, dice Messina, è stata passata prima del previsto. Eppure non c’è amarezza nelle sue parole, solo la consapevolezza di come funziona questo mestiere:
“Mi dispiace che la torcia sia stata passata in anticipo. È stato un momento non semplice per entrambi, ma sono contento per lui e per l’Olimpia che abbia colto l’occasione. Aver vinto al primo anno alla Virtus Coppa Italia e Coppa delle Coppe mi aiutò a costruirmi la credibilità per rafforzare le scelte e l’impatto sulla squadra e sul club.”
Quanto al futuro, Messina non si nasconde. A 29 anni aveva la panchina della Virtus, a 33 la Nazionale. Trent’anni dopo è ancora in attesa di una nuova chiamata, in campo o fuori:
“Un’opportunità, in campo o fuori. Nello sport dipendi dall’opportunità che ti danno: io a 29 anni ho avuto la panchina della Virtus, a 33 la Nazionale. Trent’anni dopo sono ancora qui che mi auguro che arrivi quell’opportunità, in campo o in ufficio.”
