Meno di un anno solare è trascorso dalla rinuncia di Gran Canaria alla licenza annuale di EuroLeague, garantitale dalla vittoria in EuroCup contro il Türk Telekom di Jerian Grant ed Erdem Can. Il presidente Sitapha Savane, a nome dell’unanime board della società spagnola, aveva dichiarato insostenibile nel breve-medio periodo la tenuta economica e finanziaria del club. Motivo? Le spese previste con la partecipazione alla massima competizione continentale per club.
Si erano ipotizzati gli oltre €2 milioni per i soli spostamenti aerei, si era immaginato un aumento del budget riguardante la sezione “personale”, tra ingaggi corrisposti a staff e giocatori e la crescita delle spese vive per le trasferte. Meno di tutto, forse, è stato fatto pesare quanto fosse la stessa EuroLeague a venire meno ai propri oneri di istituzione garante della propria salute. Agli altissimi standard richiesti, economicamente e non solo, alle 18 squadre coinvolte dovrebbero corrispondere riconoscimenti e cautele in egual misura. Il condizionale, purtroppo, era d’obbligo. E a 10 mesi di distanza, poco o nulla è cambiato.
Il portale IsraelHayom ha raccolto diverse informazioni provenienti dai conti relativi ai premi sportivi riconosciuti da EuroLeague alle partecipanti dell’edizione 2023/24. Questi, secondi i calcoli del board di EL, costituiscono in media il 21% dei ricavi totali dei club, col rimanente 79% ottenuto sommando market pool, diritti TV, sponsor e altre voci risibili. Il quadro dipinto è inquietante.

Tralasciando il fatto che nemmeno la vittoria di EuroLeague avrebbe permesso a Gran Canaria di pareggiare i conti con le uscite alla voce “Trasporti”, ancor più inquietanti dei soli 1.739.081 EUR riconosciuti alla vincitrice ci sono i 753.602 EUR di differenza tra vincitrice e finalista. O forse ancora, i 579.694 EUR di scarto tra il secondo premio più alto e quello più esiguo – sì, tra il primo e il secondo c’è una differenza maggiore che tra il secondo e l’ultimo. O forse ancora l’assenza di riconoscimenti, nemmeno simbolici, a squadre che più di tutte avrebbero bisogno di un sostegno da parte dell’organo istitutivo per ambire a pari competitività con club che necessiterebbero sì di rimpinguare le proprie casse perennemente svuotate dal “buon rendere” della pallacanestro europea, ma mai quanto una squadra che si affaccia magari per la prima volta alla competizione.
Non si sa, stando così le cose, se sia più probabile in caso che quella prima rimanga anche l’unica volta, o se la stessa sia anche l’ultima di un format attualmente insostenibile. Costretto, come extrema ratio, a guardare a ciò che culturalmente ed eticamente non meriterebbe uno sguardo.





