NEMO PROPHETA IN PATRIA
Alexey Shved non lascia indifferenti. Se lo fa, la colpa non è di certo la sua. Sin dai suoi primi passi nelle giovanili, era chiaro a tutti gli addetti ai lavori quanto il suo futuro potesse essere radioso. Parlandone con scout e osservatori di tutto il mondo, il giovane prodigio del CSKA Mosca presentava un unico grande interrogativo: “Sarà mai in grado di giocare di squadra, per la squadra, con una squadra?” Il talento offensivo è indiscutibile: penetrazione, palleggio-arresto-tiro, catapulta da fuori. Con la mano in faccia, due corpi addosso, tre avversari ad oscurargli la vista. Pensate un qualsiasi modo in cui una palla a spicchi possa scuotere la retina legata a un ferro arancio posto a 305 cm da terra e, potete starne certi, Alexey lo avrà replicato. Anche la personalità non è meno sviluppata: da quando il fischio delle sirene NBA ha iniziato a raggiungere le sue orecchie, Alex è stato chiaro. I don’t like to limit myself.
Esordisce a 18 anni con la maglia dei moscoviti: etichettato immediatamente come “il Penny Hardaway europeo” mostra sin da subito le sue qualità, in uno squadrone in grado di conquistare l’Eurolega agli ordini di coach Ettore Messina. Nei successivi quattro anni Shved occupa un ruolo sempre più centrale nelle rotazioni dei vari Pashutin, Vujosevic e Kazlauskas. Lo stile anarchico del nativo di Belgorod mostra le prime contraddizioni: inserito in un sistema dove altre figure dall’incommensurabile grandezza cestistica (qualcuno ha detto Milos Teodosic?), le ali del proprio talento sono inevitabilmente tarpate. Ma lasciarle dispiegare e consentire di mostrare i variopinti colori delle loro piume offusca, obnubila, ottenebra. Finché si gioca in 5, caro Alex, conta anche altro.
La delusione della finale del 13 maggio di Istanbul viene mitigata in estate. La campagna olimpica russa si conclude con un’insperata quanto meritata medaglia di bronzo. Per non farsi mancare nulla, Alex decide solo ora di compiere il deciso passo in avanti. 25 luglio 2012: Shved firma coi Minnesota Timberwolves. Nel giro di quattro anni, Alex vive un continuo turbinio. Philadelphia, Houston, New York, scambiato, snobbato, criticato, mai preso realmente in considerazione. Incompreso e incomprensibile. Fisico poco adatto all’atletismo oltreoceano? Professionalità non all’altezza dello standard NBA? Fame competitiva e cattiveria agonistica inferiori al livello richiesto quando ci si trova al gradino più alto? Ritornano sempre le stesse domande: “sarà mai in grado di giocare di squadra, per la squadra, con una squadra?” Non che Alexey non abbia mostrato in alcun modo sprazzi di talento cristallino anche negli Stati Uniti. Semplicemente, non è il suo mondo. Non lo è stato, non lo è e ragionevolmente mai lo sarà. Troppo rigide le convenzioni. Troppo strette le imposizioni. Spazio alla libertà, anche quella più terrificante.






